Primo Piano
Giuseppe Cucè: il viaggio dietro “Estasi e veleno”
In un tempo in cui tutto sembra consumarsi alla velocità di uno scroll, “Estasi e veleno” di Giuseppe Cucè invita a fermarsi e a osservare la realtà con uno sguardo più consapevole. Il nuovo singolo intreccia suggestioni cinematografiche, immagini simboliche e una scrittura aperta all’interpretazione per raccontare le contraddizioni del presente, senza offrire facili risposte ma stimolando la riflessione.
Per Prima Music abbiamo intervistato Giuseppe Cucè per parlare della nascita del brano, del significato delle sue immagini, del videoclip e del valore che la musica può ancora avere come strumento di pensiero e confronto.
Il tuo brano sembra invitare a rallentare e osservare il mondo con maggiore attenzione. È anche un invito a recuperare uno sguardo più critico?
Assolutamente sì. Credo che oggi la vera rivoluzione sia rallentare. Siamo abituati a reagire prima ancora di comprendere, a condividere prima ancora di riflettere. Recuperare uno sguardo critico significa concedersi il tempo di osservare, distinguere e mettere in discussione ciò che ci viene proposto. La libertà nasce proprio da questo esercizio di consapevolezza.
La figura del viaggiatore ricorre nella tua spiegazione del brano. Ti senti davvero un osservatore più che un giudice della realtà?
Mi sento un viaggiatore. Chi viaggia non attraversa soltanto i luoghi, ma le persone, le contraddizioni e le epoche. Cerco di osservare senza la presunzione di avere sempre ragione. Le mie canzoni non vogliono emettere sentenze, ma raccogliere frammenti di umanità. È uno sguardo curioso, a volte disilluso, ma mai rassegnato.
Nel testo si percepisce il rifiuto delle verità assolute. Pensi che oggi ci sia ancora spazio per il dubbio?
Il dubbio è uno degli ultimi spazi di libertà che ci restano. Oggi tutto sembra richiedere una posizione immediata: giusto o sbagliato, bianco o nero. Io credo invece che la realtà sia fatta di sfumature. L’arte dovrebbe proteggerle, non eliminarle. Quando smettiamo di dubitare, rischiamo di smettere anche di ascoltare.
Il videoclip alterna momenti contemplativi ad altri più intensi. Come avete costruito questa alternanza?
Con Gianluca Scalia abbiamo immaginato il videoclip come un viaggio emotivo più che narrativo. Ogni scena vive di contrasti, proprio come la canzone: sacro e profano, ironia e inquietudine, leggerezza e profondità. La presenza di Cori Amenta, con la sua eleganza iconica, dialoga con figure volutamente spiazzanti come l’Uomo Ragno fragile e fuori dagli stereotipi o un Cristo profondamente umano. Non volevamo spiegare il significato del brano, ma creare immagini capaci di generare domande, proprio come fanno certi film di Fellini o di Sorrentino.
Credi che la musica possa ancora aiutare le persone a riflettere senza necessariamente offrire risposte?
Ne sono convinto. La musica non cambia il mondo da sola, ma può cambiare il modo in cui lo guardiamo. Una canzone non deve per forza indicare una strada: a volte è sufficiente che illumini una domanda che avevamo dimenticato di farci. È in quello spazio di riflessione che può nascere qualcosa di autentico.
Se dovessi descrivere “Estasi e veleno” con una sola immagine, quale sceglieresti?
L’immagine di uno schermo che scorriamo distrattamente. In pochi secondi compaiono un bambino ferito dalla guerra, una pubblicità di lusso, una crisi umanitaria, un balletto virale, una tragedia e un sorriso perfetto. Tutto sullo stesso piano, tutto consumato con la stessa velocità. “Estasi e veleno” è il tentativo di fermare quel dito per un istante e chiedersi: stiamo ancora guardando davvero, oppure abbiamo smesso di vedere
