Dal debutto con Contromano alla piena maturità espressiva di Elettrica, Elena Camo riflette a tutto campo su Prima Music attorno al senso profondo del fare canzoni. Un viaggio tra la scrittura pop come specchio delle contraddizioni quotidiane, il superamento delle maschere sociali e la dimensione dal vivo, dove brani intimi come Quando si trasformano in un ponte emotivo a contatto diretto con il pubblico.
Dagli studi di pianoforte e canto al Conservatorio fino al debutto cantautorale con Contromano, qual è stato il momento esatto in cui hai sentito che la musica non era solo studio ed esecuzione accademica, ma la tua urgenza espressiva primaria?
(PRIMAMUSIC) Credo che non ci sia stato un momento preciso, ma un percorso interiore che, con il tempo, mi ha portata a capire che la musica non poteva essere soltanto tecnica, studio e interpretazione. II Conservatorio mi ha dato basi solide, disciplina e una profonda consapevolezza musicale, insegnandomi a rispettare ogni nota e a comprendere davvero ciò che stavo eseguendo. Ma a un certo punto ho sentito il bisogno di andare oltre: non volevo soltanto interpretare le emozioni scritte da qualcun altro, volevo raccontare le mie.
Per me, la svolta è arrivata quando ho iniziato a sentire la necessità di mettere in musica ciò che vivevo, pensavo e provavo, anche quelle emozioni che a volte è difficile esprimere a parole. Scrivere le mie canzoni è diventato un modo per conoscermi, liberarmi e comunicare con gli altri in maniera più diretta e personale.
Con Contromano, il mio debutto cantautorale, ho compiuto un passo importante in questa direzione. Il titolo stesso rappresenta, in qualche modo, la mia identità artistica: la volontà di seguire la mia strada, anche quando è diversa da quella che gli altri si aspettano. La formazione classica rimane una parte fondamentale di me, ma oggi sento che la musica trova il suo significato più profondo quando riesco a metterci dentro la mia verità.
Nei tuoi testi convivono dettagli del quotidiano, simboli della cultura pop e riflessioni intime sulle relazioni umane: da quali suggestioni, incontri o dinamiche del presente prendono forma le tue storie?
Le mie canzoni nascono dall’osservazione della vita, dalle persone che incontro, dalle relazioni che vivo e da tutto ciò che mi colpisce, anche nei gesti più semplici del quotidiano. Mi incuriosiscono molto le contraddizioni dell’essere umano: quello che mostriamo agli altri e quello che siamo davvero, ciò che diciamo e ciò che, invece, scegliamo di nascondere.
Mi piace partire da situazioni riconoscibili, da immagini e riferimenti che appartengono al nostro tempo, per poi trasformarli in qualcosa di più personale. La cultura pop, il linguaggio contemporaneo e certe dinamiche della società entrano naturalmente nel mio immaginario, perché credo che una canzone debba parlare il linguaggio di chi la ascolta, senza rinunciare alla profondità.
Anche le relazioni umane sono una fonte inesauribile di ispirazione: l’amore, le aspettative, le fragilità, i giochi di potere, il bisogno di essere accettati e, soprattutto, la ricerca della propria identità. Non sempre racconto esperienze autobiografiche in senso stretto, ma anche quando parto da una storia inventata cerco un’emozione autentica in cui potermi riconoscere.
Credo che la forza del pop sia proprio questa: riuscire a raccontare qualcosa di profondo attraverso parole semplici, immagini immediate e melodie che arrivano subito. Mi piace che una canzone possa essere leggera all’ascolto, ma lasciare qualcosa su cui riflettere anche dopo che la musica è finita.
Dai tuoi brani emergono con forza la ricerca di autenticità, il coraggio di accogliere le proprie fragilità e il rifiuto delle maschere: è questa la chiave con cui cerchi di connetterti a chi ti ascolta in una società spesso incentrata sull’apparenza?
Sì, credo che oggi una delle cose più difficili sia proprio avere il coraggio di mostrarsi per ciò che si è davvero. Viviamo in una società in cui sembra necessario essere sempre all’altezza delle aspettative, apparire felici, sicuri, vincenti. Sui social, spesso, mostriamo una versione selezionata di noi stessi, quella che pensiamo possa piacere agli altri. Ma dietro ogni immagine perfetta esiste una persona con le proprie paure, le proprie fragilità e le proprie contraddizioni.
Nella mia musica cerco di raccontare proprio questo: non siamo obbligati a essere perfetti e non dobbiamo vergognarci delle nostre vulnerabilità. Credo che riconoscere le proprie fragilità sia una forma di forza, perché significa smettere di recitare una parte e iniziare ad accettarsi davvero.
Il tema delle maschere mi sta particolarmente a cuore, perché riguarda tutti noi. A volte le indossiamo per proteggerci, altre per essere accettati o per paura del giudizio. Il problema nasce quando finiamo per identificarci con quella maschera e dimentichiamo chi siamo.
Attraverso le mie canzoni non pretendo di dare risposte o insegnare qualcosa a qualcuno. Mi piacerebbe, piuttosto, che chi mi ascolta potesse ritrovare un pezzo di sé nelle mie parole, sentirsi compreso e magari trovare il coraggio di guardarsi con occhi diversi. Per me, la musica crea una connessione autentica proprio quando abbatte le distanze e ci ricorda che, al di là delle apparenze, siamo tutti esseri umani con bisogni ed emozioni simili.
In fondo, credo che la vera libertà non sia diventare la persona che gli altri vorrebbero vedere, ma riuscire a essere se stessi, anche quando questo significa mostrarsi imperfetti.
La tua vocalità unisce il rigore lirico all’energia del pop contemporaneo, guardando a grandi voci della melodia e ai synth anni Ottanta: quali interpreti e mondi sonori hanno lasciato il segno più profondo nella tua crescita autoriale?
La mia formazione è nata attraverso lo studio del pianoforte e del canto lirico, un percorso che mi ha insegnato a conoscere la voce come uno strumento dalle possibilità espressive straordinarie. La musica classica mi ha trasmesso la disciplina, la cura del dettaglio e l’importanza dell’interpretazione, ma crescendo ho sentito il desiderio di esplorare linguaggi diversi e di trovare una mia dimensione nella musica pop.
Ci sono molte voci che appassionano e arricchiscono la mia passione e cultura musicale.
Dal punto di vista sonoro, sono molto legata all’immaginario degli anni Ottanta, alle sonorità dei synth, alle atmosfere evocative e alle melodie capaci di rimanere impresse. Mi piace il contrasto tra una produzione moderna, con una forte componente elettronica, e una vocalità che conserva un’anima, una profondità quasi teatrale.
Credo che la mia identità artistica nasca proprio dall’incontro tra questi mondi: da una parte la preparazione tecnica e l’attenzione all’interpretazione, dall’altra la libertà del pop contemporaneo, che mi permette di sperimentare e raccontare il presente. Non vorrei mai essere semplicemente riconducibile a un genere o a un modello preciso. Le influenze sono importanti, ma il mio obiettivo è rielaborarle per costruire un linguaggio che mi rappresenti davvero.
Dal tour teatrale con orchestra sinfonica ai singoli più recenti, fino all’approdo sonoro di Elettrica: in che modo è cambiato il tuo approccio alla composizione e all’uso della voce?
Nel corso degli anni è cambiato soprattutto il mio modo di vivere la musica. La formazione classica e l’esperienza sul palco con un’orchestra sinfonica mi hanno insegnato a rispettare la struttura musicale, a lavorare sulla dinamica e a considerare la voce come uno strumento capace di raccontare emozioni anche attraverso le più piccole sfumature. È stata un’esperienza importante, perché mi ha permesso di comprendere quanto il controllo tecnico sia fondamentale, ma anche quanto sia necessario sapersi lasciare andare.
Con il tempo, nella scrittura, ho sentito il bisogno di una maggiore libertà. Oggi mi interessa partire da un’emozione, da un’immagine o da un concetto e trovare il modo più efficace per trasformarlo in una canzone. Non penso necessariamente a una struttura prestabilita: cerco una melodia che mi rappresenti, parole che abbiano un significato e un ritornello capace di arrivare subito a chi ascolta, senza rinunciare a un contenuto più profondo.
Anche il mio approccio alla voce si è evoluto. La tecnica lirica rimane parte del mio bagaglio, ma nel pop ho imparato a dare valore anche alla sottrazione, all’immediatezza e all’interpretazione più intima. Non sempre è necessario dimostrare ciò che si sa fare vocalmente: a volte un’emozione affidata a una frase semplice, quasi sussurrata, può arrivare molto più lontano di una grande apertura vocale.
Con Elettrica ho voluto esplorare ulteriormente questa libertà, attraverso un universo pop che comprende sonorità elettroniche, brani più energici e momenti più intimi e melodici. Non lo considero un punto di arrivo definitivo, ma una fotografia di ciò che sono artisticamente oggi. Sento di avere più consapevolezza delle mie possibilità e, allo stesso tempo, più curiosità di sperimentare.
Credo che la maturità artistica consista proprio in questo: non smettere di imparare, ma arrivare al punto in cui la tecnica non è più un limite o qualcosa da dimostrare, bensì uno strumento al servizio di ciò che vuoi davvero comunicare.
La dimensione live è uno spazio di grande intensità per te: quale traccia del tuo repertorio (o del nuovo album) acquista una vita o una vibrazione speciale a contatto diretto con il pubblico?
Credo che Quando sia uno dei brani che riescono a rappresentarmi particolarmente bene dal vivo. È una canzone a cui sono legata e che mi permette di esprimere una parte importante della mia sensibilità artistica. Quando la interpreto, sento di poter giocare con le sfumature della voce e con le dinamiche, lasciando spazio non soltanto all’energia, ma anche all’emozione.
La dimensione live ha qualcosa di unico: ogni volta che canti una canzone davanti al pubblico, non sai mai esattamente che cosa accadrà. Ci sono le emozioni che porti tu sul palco, ma anche quelle che ricevi dalle persone che ti ascoltano. Uno sguardo, un sorriso o qualcuno che si lascia trasportare dalla musica possono cambiare completamente il modo in cui vivi un’interpretazione.
Con Quando sento particolarmente questa possibilità di creare una connessione. Mi piace pensare che, mentre canto, ognuno possa ritrovare qualcosa della propria storia, delle proprie emozioni o dei propri ricordi. Per me, una canzone raggiunge davvero il suo scopo quando smette di essere soltanto qualcosa che hai scritto o interpretato e diventa qualcosa che puoi condividere.
È questo che cerco ogni volta che salgo su un palco: non limitarmi a eseguire un brano, ma riuscire a trasmettere qualcosa di autentico e lasciare al pubblico un’emozione che continui anche dopo la fine della musica.
Come è nato il concept di Elettrica e perché hai scelto proprio la metafora dell’energia elettrica per raccogliere queste dodici tracce che raccontano il presente e le sue contraddizioni?
Il concept di Elettrica nasce dal desiderio di raccontare l’energia che attraversa le nostre vite, con tutte le sue contraddizioni. Ho scelto questo titolo perché mi rappresenta: sono una persona che vive le emozioni intensamente, che ha bisogno di mettersi in gioco, di cambiare, di sperimentare e di non rimanere mai troppo a lungo nella stessa dimensione. L’elettricità, per me, è proprio questo: una forza invisibile, ma potentissima, capace di accendere qualcosa dentro di noi e di trasformare tutto in un istante.
Le dodici tracce dell’album raccontano sfaccettature diverse del mondo in cui viviamo e del modo in cui ci relazioniamo agli altri e a noi stessi. Ci sono l’amore, le fragilità, le aspettative sociali, le contraddizioni della contemporaneità e il bisogno di trovare un equilibrio in una realtà che spesso ci chiede di essere sempre performanti, sicuri e all’altezza di tutto. Alcuni brani hanno un carattere più energico e diretto, altri lasciano spazio a una dimensione più intima e riflessiva. Questa varietà è importante per me, perché credo che nessuno sia fatto di una sola emozione.
Anche musicalmente, Elettrica rappresenta la volontà di esplorare diverse sfumature del pop, alternando sonorità elettroniche, melodie immediate e momenti più delicati. Non volevo realizzare un album legato a un’unica atmosfera, ma costruire un percorso in cui ogni canzone avesse una propria identità, contribuendo allo stesso tempo a un racconto più ampio.
In fondo, l’elettricità può essere una forza che illumina, che dà vita e che mette in movimento, ma può anche essere imprevedibile, proprio come le emozioni e le relazioni umane. È questa dualità che mi interessa raccontare: la capacità di essere forti e vulnerabili, lucidi e impulsivi, sicuri e pieni di domande.
Elettrica è il ritratto di un momento della mia vita e della mia crescita artistica. Non pretende di dare risposte definitive, ma vuole accendere una scintilla, stimolare una riflessione e, soprattutto, far sentire qualcosa a chi ascolta.
Con Elettrica hai inaugurato una fase molto consapevole e matura: quali orizzonti, palchi o progetti vedi nel tuo cantiere artistico per i prossimi mesi?
Nei prossimi mesi vorrei dare sempre più spazio alla dimensione live, perché il palco è il luogo in cui la musica si trasforma in un’esperienza condivisa e in cui sento di poter esprimere pienamente le diverse sfumature della mia personalità artistica. Mi piacerebbe portare il mio progetto in contesti sempre nuovi, incontrare pubblici diversi e costruire occasioni in cui la mia musica possa arrivare a persone che ancora non mi conoscono.
Parallelamente, continuerò a lavorare sulla scrittura e sulla ricerca sonora. Non voglio fermarmi a una formula che funziona, ma continuare a mettermi in discussione, esplorare nuove idee e trovare modi sempre più personali per raccontare le emozioni e le contraddizioni del nostro tempo.
Un altro aspetto importante è il desiderio di far crescere il mio progetto anche attraverso collaborazioni e opportunità che possano portarmi a confrontarmi con realtà musicali differenti. Credo che ogni incontro possa aprire prospettive inaspettate e contribuire alla crescita di un artista. (PRIMAMUSIC)




