Titta: dal coro d’infanzia alla forma-canzone, il potere del racconto che unisce

L’artista si svela a Prima Music tra la passione per il musical, l’urgenza di “abitare il presente” con “Right Here, Right Now” e la genesi del progetto “FUORI ASSE”.

Per Titta, la musica non è mai stata una semplice esibizione o una pura ricerca della perfezione formale, ma uno spazio intimo di accoglienza e connessione umana. Cantautrice, attrice e studiosa di arti-terapie espressive, l’artista torinese fa del racconto la propria cifra stilistica: un linguaggio sfaccettato che muove i primi passi da un assolo infantile per poi nutrirsi della grande tradizione del teatro-canzone, della libertà narrativa e della passione viscerale per il mondo del musical.

Con una scrittura sincera e priva di filtri, Titta trasforma la vulnerabilità in un luogo d’incontro condiviso, esplorando l’inclusione, l’accettazione del corpo e il coraggio di sentirsi felicemente “fuori asse”.

In questa intervista per Prima Music, la cantautrice ripercorre le tappe chiave della sua maturazione vocale e interpretativa, il legame profondo con i maestri della scena teatrale e la nascita del nuovo singolo Right Here, Right Now, una fotografia istantanea sulla felicità e sulla presenza che guida il cammino verso il suo atteso concept album.

 Sei un’artista multidisciplinare, ma c’è un momento specifico della tua infanzia – legato alla prima volta in cui hai cantato da solista nel coro della chiesa – che ricordi come il vero inizio del tuo legame viscerale con la musica?

(PRIMAMUSIC) Sì, me lo ricordo benissimo. Avevo sei anni e cantavo nel coro della chiesa del mio paese. A un certo punto mi affidarono un piccolo assolo. Ricordo pochissimo della canzone in realtà, ma ricordo invece perfettamente una sensazione: il silenzio.

Quel silenzio che si crea quando le persone smettono di fare quello che stavano facendo e, per un attimo, ascoltano davvero.

Credo che sia stato quello il momento in cui ho capito che la musica aveva un potere enorme: creare una connessione tra esseri umani.

Col tempo, poi, mi sono resa conto che non era solo il canto ad avermi conquistata. Era il racconto.

Se oggi faccio musica, recito, scrivo e porto storie sul palco, è perché in realtà sto sempre facendo la stessa cosa: cercando un modo diverso per dire qualcosa che da sola non riuscirei a spiegare.

La musica è stata il mio primo linguaggio. Il teatro è arrivato poco dopo. La scrittura mi accompagna da sempre, ma il bisogno è sempre lo stesso: trasformare un’emozione in qualcosa che possa essere condiviso.

Ripensandoci oggi, quel piccolo assolo nel coro della chiesa non è stato tanto l’inizio della mia carriera. È stato il primo momento in cui ho scoperto che una storia, quando viene raccontata con sincerità, può creare uno spazio in cui qualcuno si possa sentire accolto, capito.

La tua scrittura ha un forte valore liberatorio. Da dove trai principalmente l’ispirazione per le tue canzoni? Parti da un’esigenza personale o dall’ascolto delle storie altrui, anche grazie al tuo lavoro con le artiterapie?

Credo che la risposta più sincera sia: dalle emozioni. Si, io scrivo di ciò che mi emoziona.

A volte sono emozioni che riguardano direttamente me, altre volte appartengono a persone che incontro lungo il mio cammino. Ma, anche quando racconto una storia non mia, c’è sempre qualcosa che mi tocca profondamente e che mi spinge a guardarla attraverso il mio punto di vista.

Non mi interessa raccontare i fatti. Mi interessa raccontare quello che quei fatti fanno nascere dentro di me.

Per questo le mie canzoni non sono mai cronache. Sono interpretazioni. Credo che ogni artista, in fondo, faccia questo: osserva il mondo e poi lo restituisce filtrato dalla propria sensibilità.

Le arti espressive mi hanno sicuramente insegnato ad ascoltare di più. Ad accorgermi di sfumature che prima forse mi sarebbero sfuggite. Ma l’ispirazione nasce sempre nello stesso momento: quando qualcosa mi smuove.

A volte è una frase ascoltata per caso. A volte una conversazione. A volte una persona che amo. A volte una notizia. A volte una domanda che non riesco a togliermi dalla testa.

Finché qualcosa non mi emoziona davvero, non riesco a scriverci sopra.

Perché, alla fine, credo che le canzoni più sincere non nascano da quello che sappiamo.

Nascono da quello che sentiamo.

Salute mentale, neurodivergenza, l’accettazione del corpo, il burnout e l’inclusione. Ci sono temi o messaggi ricorrenti e irrinunciabili che vuoi portare avanti con la tua musica per far sentire le persone “meno sole” e meno sbagliate?

La verità è che non era un obiettivo.

Non mi sono mai seduta a tavolino pensando: “Adesso scriverò canzoni per far sentire le persone meno sole.”

L’ho scoperto dopo.

Quando ho iniziato a guardare FUORI ASSE nel suo insieme, mi sono accorta che tutte quelle canzoni, pur parlando di argomenti diversi, avevano un filo rosso.

Parlavano tutte della sensazione di essere “fuori posto” e credo che questo succeda perché è una ricerca che appartiene prima di tutto a me. Per tanti anni ho cercato di capire come smettere di sentirmi sbagliata. O diversa. O fuori asse.

Poi, crescendo, mi sono resa conto di una cosa molto semplice: non ero sola. E soprattutto non ero sbagliata. Ero già circondata da persone che mi volevano bene anche nei giorni in cui io non riuscivo a volermene. Il problema era il modo in cui guardavo me stessa. Ancora oggi ci sono giorni in cui faccio fatica a uniformarmi agli schemi, alle aspettative, all’idea di come “si dovrebbe essere”. E in quei momenti è facile sentirsi difettosi. Poi però mi ricordo una cosa e me la ripeto come un mantra nella testa: “Non sono sbagliata. Sono unica.”.  Esattamente come lo sei tu che leggi. Come lo è Elisa. Come lo è Mohamed. Come lo siamo tutti.

Forse il punto non è diventare uguali. Forse il punto è smettere di pensare che l’unicità sia un difetto da correggere. Se le mie canzoni oggi fanno sentire qualcuno meno solo, ne sono immensamente felice. Ma credo che succeda proprio perché non sono nate con l’intenzione di dare risposte. Sono nate mentre cercavo le mie.

Nelle tue vene scorre un amore immenso per il musical, dove musica, recitazione e movimento collaborano senza competere. Quali artisti o produzioni hanno influenzato maggiormente questa tua visione totale dell’arte?

Credo che il musical mi abbia insegnato una cosa fondamentale: che le arti non sono nate per competere tra loro, ma per sostenersi a vicenda.

Quando una storia lo richiede, una battuta può diventare una canzone. Una canzone può diventare una coreografia. E una coreografia può raccontare qualcosa che le parole, da sole, non riuscirebbero mai a dire.

È questo che mi emoziona del musical.

Se però devo pensare alla persona che più di tutte ha influenzato il mio modo di vedere questo mestiere, il primo nome è senza dubbio Manuel Frattini.

Ho avuto il privilegio di studiare con lui per alcuni anni e persino di condividere il palco con lui in un’occasione. È uno di quegli artisti che non ti insegnano soltanto una tecnica. Ti insegnano un modo di stare in scena. O, forse ancora prima, un modo di “stare nella vita”.

Quando è venuto a mancare, il mondo del musical ha perso un interprete straordinario. Io, invece, ho avuto la sensazione di perdere uno dei punti di riferimento che avevano acceso il mio sogno.

Tra tutti i suoi spettacoli, quello che porto nel cuore è Pinocchio – Il Grande Musical, con le musiche dei Pooh. Ogni volta che lo guardavo avevo la sensazione che tutto fosse al posto giusto. Non c’era mai un momento in cui recitazione, musica o danza cercassero di prevalere: collaboravano per raccontare la stessa storia.

Poi c’è uno spettacolo che, per motivi completamente diversi, mi ha colpito profondamente: Sindrome da Musical, scritto da Lena Biolcati, con la quale ho avuto il piacere di studiare per un breve periodo.

Mi faceva sorridere perché raccontava Manuel come se avesse contratto una malattia incurabile: quella di trasformare qualsiasi momento della vita in un musical. E, ogni volta che lo vedevo, pensavo: “Accidenti… parla di me.” Perché credo di avere anch’io quella “sindrome”. Ho la tendenza a raccontare il mondo in modo teatrale. A immaginare una colonna sonora mentre cammino per strada. A vedere scene dove magari gli altri vedono semplicemente una giornata qualunque. È una deformazione professionale… ma anche un piccolo modo di abitare questo mondo.

Guardando al panorama italiano di oggi, ci sono registi con cui sarebbe un sogno lavorare: Claudio Insegno, che è stato il direttore artistico dell’accademia in cui mi sono diplomata e che ha contribuito in modo importante alla mia formazione, Piero Di Blasio, Federico Bellone, Massimo Romeo Piparo, Mauro Simone e, naturalmente, Saverio Marconi, che con la Compagnia della Rancia ha scritto una parte fondamentale della storia del musical italiano.

E, parlando di “storia del musical italiano”, se dovessi dire qual è l’eredità più grande che Manuel Frattini mi ha lasciato, non parlerei di tecnica. Parlerei di generosità.

Perché i grandi artisti non sono quelli che brillano da soli. Sono quelli che riescono a far brillare anche chi divide il palco con loro. Ed è esattamente il tipo di artista che, un giorno, mi piacerebbe diventare.

Il tuo sodalizio con Mad Records, nato nel 2018 grazie a Silvia e Marco Gollini, ti ha permesso di crescere e sperimentare moltissimo. Come valuti la tua evoluzione artistica e vocale nel corso di questi anni di lavoro in studio?

Quando ho iniziato a lavorare con Silvia e Marco ero molto concentrata sulla performance.

Mi chiedevo continuamente se stessi cantando bene, se la nota fosse perfetta, se la voce fosse abbastanza potente o abbastanza precisa.

Oggi cerco di pormi una domanda completamente diversa.

Sto raccontando davvero quello che voglio raccontare?

Credo che questa sia stata la mia evoluzione più grande.

La tecnica è fondamentale e continuo a studiare, perché penso che un artista non finisca mai di imparare. Ma oggi la considero uno strumento, non il traguardo. Una bella voce, da sola, non mi emoziona. Mi emoziona una voce che ha qualcosa da dire.

In questi anni Marco e Silvia mi hanno aiutata tantissimo proprio in questo. Mi hanno dato uno spazio in cui sperimentare, sbagliare, cercare la mia identità senza avere la fretta di dover dimostrare qualcosa.

Credo che abbiano avuto una qualità rara: non hanno cercato di trasformarmi nell’artista che avevano in mente loro. Mi hanno aiutata a diventare sempre di più l’artista che ero già, ma che ancora non avevo imparato a riconoscere. Anche vocalmente sento di essere cambiata.

Oggi non ho più paura delle imperfezioni, anzi, a volte sono proprio quelle a rendere credibile un’interpretazione. Se una parola deve tremare, lascio che tremi. Se una frase ha bisogno di respirare, non ho più paura del silenzio, quasi.

Perché ho capito che la perfezione tecnica non è sempre la forma più alta della verità.

E, se guardo indietro, credo che la differenza più grande sia questa.

All’inizio cercavo di cantare bene. Oggi cerco di raccontare bene.

E se ogni tanto riesco a emozionare qualcuno, credo che sia proprio perché, prima ancora di cantare una canzone, provo ad abitarla.

I tuoi brani hanno una forte teatralità e una dimensione visiva molto marcata. Qual è la tua canzone preferita da eseguire dal vivo in questo momento e in quale dimensione live ti senti più a tuo agio?

Questa è una domanda quasi cattiva… perché è come se mi steste chiedendo di scegliere tra i miei figli!

Però, se devo rispondere pensando a questo momento della mia vita, direi Cronika.

Perché con quel brano ho scoperto una parte di me che forse avevo sempre avuto, ma che non avevo mai avuto il coraggio di mostrare fino in fondo.

C’è un’anima rock, istintiva, quasi selvaggia, che negli ultimi anni sto imparando a lasciare uscire. Sul palco, quando canto Cronika, mi sento libera di essere anche quella parte di me. E mi diverto tantissimo.  Cronika mi chiede di buttarmi e io lo faccio con un piacere incredibile.

Per quanto riguarda il live… credo di avere un piccolo problema.

Sono una malata di palco.

Se qualcuno mi dicesse: “Da domani puoi fare un concerto al giorno”, probabilmente, nonostante anemia e stanchezza cronica, risponderei: “A che ora devo essere lì?”

Amo i teatri, i club, le piazze, gli eventi più raccolti e quelli con tanta gente. Cambia il modo di raccontare una storia, ma non cambia quello che provo.

Perché il palco è casa. Il palco è il luogo in cui tutte le parti di me smettono di litigare. La cantante, l’attrice, l’autrice… lì non devono più scegliere chi essere. Possono finalmente esistere tutte insieme.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui continuo ad amare il musical: mi ha insegnato che non bisogna scegliere tra musica, teatro e movimento. Quando una storia è sincera, sono loro a scegliersi a vicenda.

Il tuo nuovo singolo si intitola “Right Here, Right Now”. Se “Cronika” raccontava la fatica di restare in piedi, da dove è nata l’idea per questo nuovo brano che invece celebra il coraggio di abitare il presente e riconoscere la felicità mentre accade?

Mi piace molto l’accostamento con Cronika, perché in effetti rappresentano due fotografie molto diverse della mia vita.

Cronika nasce da un periodo in cui sentivo di dover resistere. Right Here, Right Now, invece, nasce da un momento in cui, per la prima volta dopo tanto tempo, mi sono accorta di essere felice.

La cosa curiosa è che l’ho scritta pochissimi giorni dopo aver conosciuto Mohamed. Non dopo mesi. Non quando avevamo già costruito una relazione. Proprio all’inizio.

E credo che sia successo perché, per una volta, ho scelto di non concentrarmi solo sulla paura di quello che sarebbe potuto accadere dopo. Sentivo soltanto una felicità enorme e ho avuto il desiderio di fermarla su un foglio, prima che il tempo la trasformasse in un ricordo.

Io ho sempre scritto per dare un nome alle emozioni. Di solito erano emozioni difficili da attraversare. Questa volta, invece, volevo fare il contrario. Volevo imparare a riconoscere la felicità mentre la stavo vivendo, senza aspettare che diventasse nostalgia per accorgermi di quanto fosse preziosa. Credo che sia stato questo il vero punto di partenza della canzone.

La scoperta che il presente merita di essere vissuto con la stessa intensità con cui, troppo spesso, viviamo le nostre paure. Per me Right Here, Right Now non è soltanto una canzone d’amore. È una canzone sulla presenza, sul concedersi il permesso di essere felici senza sentirsi in colpa, senza cercare continuamente il rischio che qualcosa possa andare storto.

Perché la felicità è fragile, ma non per questo va rimandata. Va abitata. Qui. Adesso.

E forse è proprio questo il significato più profondo del titolo. Non aspettare che un momento diventi passato per riconoscere che era bellissimo. Accorgersene mentre lo stai vivendo.

Con l’inaugurazione del progetto “FUORI ASSE”, quali sono i tuoi prossimi obiettivi per il futuro in termini di carriera musicale? Sogni di riuscire a scrivere, un giorno, un musical originale interamente firmato da te?

Assolutamente sì. Credo che il musical sia il luogo in cui tutte le parti di me si incontrano: la musica, il teatro, la scrittura, il movimento… È la forma d’arte in cui mi sento più completa.

Mi piacerebbe tantissimo scrivere un musical utilizzando le mie canzoni, dando loro una nuova vita all’interno di una storia. Sarebbe un modo bellissimo per far dialogare tutto il percorso che sto costruendo con FUORI ASSE.

Ma, allo stesso tempo, mi affascina anche l’idea di partire completamente da zero. Inventare personaggi, una trama, un mondo, e scrivere ogni canzone perché nasca esattamente per quel momento della storia.

Sono due sogni diversi… e, se posso dirlo, mi piacerebbe realizzarli entrambi.

Per quanto riguarda il presente da cantautrice, invece, il desiderio più grande è portare queste canzoni in giro.

Sto lavorando a nuovi live e a nuovi progetti perché, alla fine, è lì che mi sento davvero a casa.

Lo studio è il luogo in cui le canzoni nascono. Il palco è il luogo in cui iniziano davvero a vivere.

Ed è una sensazione che non smette mai di emozionarmi. Perché una canzone cambia ogni volta che incontra un pubblico diverso. Respira in modo diverso. Cresce. E, in qualche modo, continua a essere scritta anche dopo che l’hai pubblicata.

Se dovessi immaginare il mio futuro, non mi vedo inseguire un traguardo preciso. Mi vedo continuare a raccontare storie. Che sia attraverso un album, un concerto, un musical o un personaggio da interpretare, per me cambia molto meno di quanto si possa pensare.

Quello che spero davvero è di continuare a emozionarmi.

Perché credo che un artista smetta di crescere soltanto nel momento in cui smette di lasciarsi sorprendere da quello che racconta.

Se tra vent’anni qualcuno mi chiedesse qual è stato il segreto della mia carriera, mi piacerebbe poter rispondere: non ho mai smesso di essere curiosa. Perché, in fondo, credo che ogni canzone, ogni spettacolo e ogni personaggio nascano sempre dalla stessa domanda: ‘E se provassimo a raccontare questa storia in un modo che ancora non esiste? (PRIMAMUSIC)

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