Dalle radici poetiche in lingua madre alla scommessa di scrivere in italiano, fino alla direzione artistica di un imponente mosaico discografico: la storia di Anastasia Anniemore 24, un’autrice che ha fatto dell’indipendenza, della parola e della sperimentazione la propria bussola. In questa intervista esclusiva per Prima Music, l’artista ci racconta la genesi del nuovo singolo “Tango”, la collaborazione con la potente voce di Dalia, la pubblicazione dell’EP “Un bacio di fortuna (Vol. 2)” e la sua visione di un percorso musicale aperto al mondo e privo di confini.
(PRIMAMUSIC) (PRIMAMUSIC)
La tua è una storia di rinascita e riscatto partita da un foglio bianco in Italia. C’è un momento specifico che ricordi come il vero inizio della tua carriera musicale nel nostro Paese?
Sì, c’è un momento molto preciso che riconosco come l’inizio reale del mio percorso musicale in Italia, ed è l’estate del 2024. Prima di allora scrivevo da anni poesie in russo, che pubblicavo sul mio profilo social senza alcuna strategia: non mi interessava far crescere l’account, pensavo che chi fosse davvero interessato alla poesia mi avrebbe trovata comunque. Così è stato: si è creato un piccolo cerchio di persone che leggeva i miei testi, che spesso accompagnavo con la musica della libreria del social.
La svolta è arrivata quando Alessandro Ivlev, che conoscevo solo come autore di testi in russo, mi ha mandato in direct una mia poesia… da lui cantata. In quel momento si è aperto un mondo: ho capito che i miei testi potevano arrivare a molte più persone se si trasformavano in musica. Da lì è nato il “format musicale” delle mie scritture e ho iniziato a pubblicare canzoni in russo.
Vivevo già in Italia, e molte persone che ascoltavano i brani mi chiedevano di cosa parlassero i testi. Ma spiegare a parole il significato di una poesia, per me, è un po’ profanarla. Allora ho deciso di provare a scrivere direttamente in italiano. Non ero affatto sicura di riuscirci, però ho rischiato. Il risultato è stato il mio primo brano in italiano, “Quest’autunno”, che ha suscitato curiosità proprio perché “suonava strano”, fuori dagli schemi canonici.
Riguardandolo oggi, direi che la mia storia discografica in Italia è iniziata lì, quando ancora non potevo immaginare che da quel primo esperimento sarei arrivata a pubblicare un progetto come “30 brani per 30 voci”, con trenta inediti scritti per altrettanti interpreti.
Sei autrice, poetessa e direttrice artistica. Da dove trai principalmente l’ispirazione per le tue canzoni? C’è una differenza nel modo in cui l’ispirazione bussa alla tua porta quando scrivi poesie in russo rispetto ai testi in italiano?
L’ispirazione, per me, arriva sempre dalla vita prima che dalla musica: dalle esperienze che ho vissuto, dall’osservazione degli altri, dalla curiosità di capire il perché delle cose e dal mio percorso di studi umanistici. La letteratura è uno dei miei maestri più importanti: le trame sono già tutte lì, da secoli, e noi ci muoviamo dentro varianti della stessa storia, con qualche sfumatura diversa.
La differenza tra russo e italiano, invece, è molto concreta. Io non sento di possedere in italiano la stessa profondità espressiva che ho nella mia lingua madre, soprattutto quando si tratta di metafore e micro-sfumature emotive. Di solito la forma verbale, l’immagine precisa, nasce in russo: è lì che trovo la struttura, il ritmo interno, la “spina dorsale” del testo.
Solo dopo provo a trasformarla in italiano, se la lingua lo permette: la composizione rimane, ma spesso cambia il modo di dire, perché ogni lingua ha un suo modo di pensare e di vedere il mondo. Le stesse cose, raccontate da portatori di lingue diverse, vengono percepite in modo leggermente differente, e la lingua rispecchia queste differenze.
C’è poi un altro elemento importante: il ritmo. Quando ho davanti un foglio bianco che mi guarda in attesa di accogliere la poesia, spesso metto come sottofondo musica classica contemporanea. Quel respiro, quella pulsazione, mi aiutano a trovare il tempo interno del testo, la cadenza giusta delle immagini e delle frasi, che poi posso tradurre in canzone.
Nei tuoi testi esplori le relazioni umane, il destino, e il gioco di forza e abbandono. Ci sono temi o messaggi universali che consideri ricorrenti e irrinunciabili nelle tue canzoni?
Sì, ci sono temi che per me sono irrinunciabili, e sono quelli che sento davvero universali: mi interessano le cose che contano allo stesso modo per persone di età, status o religioni diverse.
Torno spesso su alcuni nodi fondamentali: l’amore, il senso della vita, le paure, il bene e il male, la gioia e il dolore. Non scrivo per dare risposte definitive, ma per porre domande in cui ognuno possa riconoscere un frammento della propria storia umana e magari sentirsi un po’ meno solo.
Quella sensazione di condivisione – il momento in cui qualcuno si ritrova dentro un verso o un’immagine – è lo scopo principale della mia scrittura: creare uno spazio in cui le nostre vulnerabilità e i nostri interrogativi possano esistere senza essere giudicati, solo ascoltati.
Da ideatrice del format “30 brani per 30 voci”, le tue produzioni si muovono dal pop classico al pop-progressive, fino al pop-soul. Quali generi o artisti ti hanno influenzato maggiormente per creare questo sound così ricco e sfaccettato?
Per questo progetto mi sento di dire che non sono partita da un genere, né da una voce precisa, ma dall’idea stessa di libertà. All’inizio non conoscevo nessun interprete in Italia, quindi ho scritto i brani senza orientarmi su un timbro o su un profilo concreto: non erano i cantanti a cercare le canzoni, erano le canzoni che cercavano i cantanti.
Ho composto trenta brani in generi diversi proprio per costruire una sorta di “vetrina di possibilità”: da un lato volevo dimostrare che i miei testi possono indossare qualsiasi veste – dal pop classico al pop-progressive, fino al pop-soul – dall’altro volevo capire io stessa quali territori sonori dialogassero meglio con la mia poetica. Man mano che i lavori prendevano forma, questa consapevolezza è diventata più chiara: oggi intravedo 2–3 direzioni sonore in cui mi piacerebbe continuare a lavorare in futuro.
Per il momento, però, preferisco non “annunciare” un genere dominante: questo progetto contiene molte sonorità diverse e non voglio condizionare l’ascolto. Ho cercato di dare il massimo a ogni brano, sapendo che forse alcuni funzionano meglio in certi linguaggi rispetto ad altri, e sono molto curiosa di capire anche come il pubblico percepirà queste differenze.
Sul piano delle influenze, il panorama è volutamente ampio: non avendo il limite della mia voce, né quello di una voce specifica pensata a priori per una collaborazione, ho potuto lasciarmi guidare da ascolti diversi – tra pop d’autore, contaminazioni elettroniche, soul e forme più narrative – scegliendo ogni volta il “vestito” che meglio serviva il testo.
In prospettiva, quello che mi piacerebbe costruire è un rapporto continuativo con 2–3 artisti con cui sentirmi realmente complementare: distribuire i temi, i generi, le direzioni di crescita, fino a creare un immaginario condiviso, quasi una firma comune. Penso spesso a coppie come Mogol–Battisti: un connubio in cui scrittura e voce crescono insieme, si associano nella percezione del pubblico e diventano un linguaggio unico. Perché no?
Guardando al cammino fatto dal tuo debutto a oggi, come valuti la tua evoluzione artistica e la tua capacità di coordinare e produrre così tante voci diverse?
Dal debutto a oggi direi che il cambiamento più grande è che ho scoperto una capacità di coordinamento e produzione che, onestamente, non immaginavo nemmeno io. E non lo immaginavano neanche molti degli artisti coinvolti: all’inizio c’era parecchio scetticismo, dentro e fuori dal progetto. Poi, quando i brani sono arrivati alla versione finale, ho visto cambiare gli sguardi: in tanti mi hanno ringraziata in modo molto sincero, altri hanno scelto il silenzio per ragioni psicologiche loro – e va bene così. Gli artisti vanno capiti, e io li capisco e voglio loro bene.
La mia bussola è sempre stata questa: dare a ciascuno il massimo di quello che posso offrire, dal testo alla direzione artistica in studio. Io devo fare bene ciò che dipende da me; il resto, prima o poi, arriva. Oggi mi sento di poter dire che so fare produzione discografica in maniera solida, soprattutto quando si tratta di intrecciare tante voci diverse in un unico progetto coerente.
Allo stesso tempo, però, non considero questa consapevolezza un punto d’arrivo. Non ho intenzione di smettere di imparare: ogni giorno scopro qualcosa di nuovo, anche grazie agli stessi artisti con cui lavoro, che possono spostare o ampliare la mia visione. È un processo reciproco: io coordino e dirigo, ma lascio che le loro energie e sensibilità entrino nel mio orizzonte. Benvenga tutto ciò che può farmi crescere ancora.
Nel videoclip del nuovo singolo “Tango” vediamo un’interpretazione molto intensa di Dalia. Anche se ti muovi principalmente “dietro le quinte” come autrice, qual è il tuo rapporto con la dimensione live e quale canzone dei tuoi EP ti emoziona di più sentire eseguita dal vivo?
Con Dalia è stata un’esperienza di collaborazione davvero bella. È una cantante con tanta esperienza di palcoscenico e di lavoro con altri musicisti: non è chiusa nel proprio mondo, è curiosa, aperta a nuove letture del genere in cui si muove. Ha un’impostazione vocale classica, molto strutturata; quello che ho provato a proporle con “Tango” è stato proprio di uscire un po’ dalla zona di comfort e sperimentare una sonorità più minimale, più asciutta, quasi “spogliata” del superfluo.
Questa esplorazione di nuovi orizzonti della propria vocalità è stata interessante anche per lei, e me l’ha detto chiaramente: mi ha ringraziato per l’esperienza. A me piace proprio questo: non limitarmi a usare le cose che un interprete sa già fare, ma cercare di aprire nuove possibilità, anche nel suono di uno strumento così individuale come la voce.
Più che scegliere una sola canzone, quello che sogno è di poter ascoltare sempre più spesso, dal vivo, questo piccolo mondo di brani che ho costruito per 30 voci diverse: vedere come si trasformano in scena, come dialogano con il pubblico, come continuano a crescere fuori dallo studio. Me lo auguro davvero.
Da dove è nata l’idea per “Tango”, questo brano in cui la donna non subisce la guida del partner ma decide con consapevolezza passi e direzione della relazione? E com’è stato lavorare con Dalia, la cui incredibile voce ha quasi messo in crisi la strumentazione in studio?
L’idea di “Tango” nasce, come quasi tutto quello che scrivo, dall’osservazione della vita reale: delle relazioni che vedo intorno a me, delle dinamiche di potere e di abbandono, ma anche della letteratura che frequento e che spesso mi offre prospettive laterali sui rapporti umani. In questo brano mi interessava rovesciare un immaginario molto codificato: il tango come luogo in cui è l’uomo a guidare e la donna a seguire.
Con Dalia abbiamo lavorato a distanza per costruire questa interpretazione in modo molto preciso prima ancora di entrare in studio. Lei registrava dei provini “alla buona” e me li mandava via WhatsApp: passavamo insieme riga per riga, spostando accenti, cambiando micro-sfumature di suono, correggendo dove serviva per avvicinarci a quella versione del personaggio che avevo in mente. Dalia ha un’esperienza musicale molto più lunga della mia, ma la sua professionalità le ha permesso di riconoscere in me una fonte diversa: un testo da narrare, una melodia pensata per il suo timbro, un’impostazione vocale non scontata.
La combinazione tra la sua solida base tecnica e la mia visione “libera”, non allineata a una tendenza sonora specifica, ci ha permesso di costruire un brano che resta dentro il recinto della canzone italiana classica, ma sposta leggermente le linee: è una lettura più personale, più asciutta e consapevole. In un certo senso questo è solo un primo passo: mi piacerebbe continuare a lavorare con lei spingendo ancora di più sui margini del genere, per capire fin dove possiamo spingerci senza perdere l’essenza del suo mondo vocale.
Con la pubblicazione di “Un bacio di fortuna (Vol. 2)” hai aggiunto un altro fondamentale tassello al tuo mosaico. Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro, sia in Italia che nell’ottica di portare i tuoi brani all’estero?
Per il futuro sento due piani che camminano insieme: uno molto concreto e uno più “aperto” al mondo.
Nel breve periodo, il mio obiettivo è accompagnare con serietà e continuità tutti e sei gli EP in italiano: voglio dare a ogni uscita il tempo e lo spazio che merita, usando tutti gli strumenti che oggi un’artista indipendente ha a disposizione – dalle piattaforme digitali alle radio, passando per la stampa e i social. So che è un percorso lungo e complesso, ma credo nei brani che ho scritto: cerco di produrre canzoni che non abbiano una “data di scadenza”, che possano trovare la loro strada anche col passare del tempo, magari in modi imprevedibili.
Non va dimenticato che la vita degli artisti indie non è semplice: realizzare le proprie idee è già una conquista, farle arrivare davvero al pubblico è un’altra sfida ancora. Per questo mi sono affidata a un’agenzia come Red&Blue, che lavora da anni con il mondo indipendente e conosce bene le sue difficoltà, costruendo percorsi di promozione strutturati tra radio, stampa e social.
Parallelamente, il mio sguardo resta rivolto anche all’estero. Continuo a portare avanti i miei progetti discografici in più lingue – italiano, inglese e russo – perché il mondo, oggi, è piccolo e le dinamiche della circolazione musicale sono spesso sorprendenti. Non è detto, ad esempio, che un brano in italiano debba necessariamente esplodere prima in Italia: potrebbe trovare prima una risonanza nel mondo slavo, o in altri contesti linguistici.
Quello che posso fare è continuare a scrivere, produrre e curare i brani nel modo più onesto e solido possibile, lasciando aperta la porta alle traiettorie inaspettate: ogni momento la musica può cambiare direzione, incontrare nuovi ascoltatori e ridisegnare il percorso di un progetto. Questa imprevedibilità, per me, è parte del fascino del lavoro che faccio.




