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“Ocean”: AKOLA svela il percorso dietro il suo nuovo singolo
Con “Ocean”, AKOLA apre un nuovo capitolo del suo percorso artistico e dimostra come la musica elettronica possa essere molto più di un semplice invito a ballare. Il nuovo singolo fonde energia, melodia e ricerca sonora, segnando un’evoluzione che porta il producer verso una dimensione sempre più personale e coinvolgente.
In questa intervista per Prima Music, AKOLA racconta il cambiamento che ha dato vita a Ocean, il desiderio di superare i confini della house tradizionale, l’importanza della sperimentazione e la ricerca di un’identità musicale capace di emozionare tanto quanto di far muovere il pubblico.
“Ocean” rappresenta una nuova fase del tuo percorso musicale?
Assolutamente sì, Ocean non è semplicemente una traccia in più nella mia discografia, ma è un vero e proprio spartiacque, una linea di demarcazione tra quello che ero prima e quello che sono oggi come produttore.
Dopo anni di produzioni puramente elettroniche, dove la comfort zone erano i territori della house e della techno, ho sentito l’esigenza di andare oltre, un bisogno di raccontare una storia.
Quali elementi del tuo sound senti di aver maturato maggiormente negli ultimi anni?
Se guardo indietro a come producevo anche solo cinque o sei anni fa, la differenza è enorme. Credo che la maturazione più grande stia nel rapporto con il tempo e con lo spazio all’interno della traccia.
Prima ero molto focalizzato sull’impatto immediato: il drop perfetto, la potenza dei synth.
C’era quasi l’ansia di dover riempire ogni millisecondo con qualcosa.
Negli ultimi anni, invece, ho imparato l’arte di togliere.
Cosa ti ha spinto ad avvicinarti sempre più alla pop house?
Ho sentito che la musica elettronica strumentale, quella da club puro, iniziava a starmi stretta
Avevo bisogno di parlare, di raccontare delle storie che andassero oltre la dinamica della pista da ballo.
La pop house dà la possibilità di creare empatia immediata.
Ma se prendi quella struttura e la appoggi su un beat house profondo, elegante e ricercato, ottieni qualcosa di potente. Puoi far ballare una persona e darle emozioni.
La musica elettronica non dev’essere per forza superficiale o solo legata al divertimento sfrenato. Può essere intima e profonda.
Quanto è importante continuare a evolversi senza perdere la propria identità?
Questa, secondo me, è la sfida più grande per chiunque faccia musica, specialmente oggi.
È un gioco di equilibrio continuo, quasi un paradosso: se rimani sempre uguale a te stesso diventi un cliché; se invece cambi radicalmente seguendo solo le mode del momento, rischi di sbiadire e perdere l’anima.
Per come la vedo io, l’evoluzione non significa cambiare identità, ma espanderla rimanendo autentici.
Oggi cosa distingue una produzione firmata AKOLA?
Se dovessi riassumere in una sola parola cosa definirebbe oggi una mia produzione, ti direi: contrasto.
Il marchio di fabbrica è la capacità di far coesistere due mondi apparentemente opposti: un groove potente e fortemente ritmico (figlio della mia passione per l’Afro-House e per la club culture) e un’anima melodica.
Mi piace definire la mia musica come un viaggio in cui le gambe ballano, ma la testa e il cuore viaggiano altrove.
Guardando ai tuoi primi lavori, cosa pensi sia cambiato nel tuo modo di scrivere musica?
All’inizio, quando muovevo i primi passi nell’EDM e nella deep house, il mio modo di scrivere musica era molto “cerebrale” e basato sull’accumulo. C’era la foga di voler ottenere il drop più potente o l’incastro ritmico più complesso. Era un approccio guidato dall’adrenalina e dai tecnicismi: una ricerca costante dell’impatto sonoro.
Oggi scrivo musica per connettermi con le persone, ovunque esse siano.
È un modo di comporre molto più maturo e, onestamente, molto più libero.
Quanto contano curiosità e sperimentazione nella tua crescita artistica?
Senza curiosità e sperimentazione, un artista smette di essere tale e diventa un impiegato della musica, uno che replica una formula che sa già funzionare.
Sperimentare significa accettare il rischio di fallire, ma è l’unico modo per scoprire territori nuovi. Quando sperimenti, a volte escono fuori dei disastri, ma altre volte – quando trovi l’incastro perfetto tra un groove ipnotico e una melodia inaspettata – capisci di aver fatto un passo avanti come artista.
La curiosità ti fa vedere nuove strade; la sperimentazione ti dà il coraggio di imboccarle. Senza queste due cose oggi Ocean non esisterebbe, e io sarei ancora fermo allo stesso loop di batteria di qualche anno fa.
Dove immagini possa portarti questa nuova direzione musicale?
Spero che questa strada mi porti a una libertà di collaborazione totale. Ora che ho rotto gli argini dei generi musicali più rigidi, mi piacerebbe collaborare con altri artisti, invitare nel mio mondo voci e musicisti provenienti da background diversi dal mio.
In fin dei conti, non mi sono prefissato un punto d’arrivo preciso. La cosa più bella di Ocean è che ha aperto una porta. Dove mi porterà questo mare non lo so con certezza, ma so che adesso ho la barca giusta e la voglia di navigare il più lontano possibile.
