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La Tempesta Gentile racconta “FANTASMA”: il rumore del presente diventa musica

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Ogni epoca ha il suo rumore di fondo. Quello raccontato da La Tempesta Gentile in “FANTASMA” è fatto di velocità, sovraesposizione e parole che spesso coprono più di quanto riescano a spiegare. Il nuovo singolo affronta il presente con uno sguardo lucido, lasciando che sia la musica a trasformare l’inquietudine in racconto.

Nel vostro comunicato parlate del “fiume Tendenza”. Che cosa rappresenta concretamente per voi?
Un flusso di comunicazioni monodirezionali, assolutamente incontestabili, quasi come una colata lavica, inavvicinabile appena uscita dall’orlo del vulcano, o appunto un fiume in piena che spazza via tutto senza alcuna domanda. Oggi le informazioni, di qualunque campo si tratti, ci arrivano così, a “ondate di piena”, amplificate a dismisura dai social. Nella prima fase è impossibile essere critici su qualunque aspetto, si verrebbe spazzati via. E’ un discorso che va al di là della veridicità/bontà o meno del contenuto, ma è riferito soprattutto alle modalità, aggressive e violente con cui tutto ci arriva. Modalità alle quali si reagisce sempre di più in modo impulsivo prendendo per buono tutto, per poi spesso ricredersi ad acque più tranquille, quando però ormai è tardi e nel frattempo ci sono state tante nuove piene del famigerato fiume.

Quanto pensate che i social abbiano modificato il nostro rapporto con il silenzio?
Indubbiamente molto, è un’attività all’apparenza silenziosa, da divano, ma che genera tanto “rumore”. Il vero silenzio dunque è merce sempre più rara e preziosa. Noi stessi abbiamo lavorato molto al silenzio anche in senso musicale nel nuovo disco, a partire dalle modalità di registrazione, in un ambiente molto tranquillo, a Benevento, 600km di distanza dalla nostra base operativa, lontano dalla nostra Emilia, dai social appunto, e dal rumore in generale.

Viviamo davvero in un’epoca in cui è difficile sottrarsi alle aspettative degli altri?
Be’ musicalmente (e non solo) parlando, più sei in mezzo ad un certo tipo di pubblico, più ovviamente è difficile. Il fatto è che ci sono troppi canali che alimentano le aspettative, e oltre un certo livello bisogna davvero diventare impermeabili all’esterno se si vuole mantenere la propria integrità artistica.

L’iperconnessione ci rende più vicini o più soli?
E’ tutto un discorso di equilibrio, il troppo come sempre stroppia. Nelle dosi giuste, la possibilità di essere connessi, può aiutarci a farci sentire più vicini. Invece, esagerando e lasciandosi trascinare (e l’uomo è un animale molto impulsivo), si rischia di sentirsi davvero soli in un rumore continuo generalizzato, sentendosi impotenti e soprattutto inascoltati.

Esiste ancora uno spazio per il pensiero indipendente?
Non lo so. Tante volte il pensiero indipendente, in mezzo al solito “fiume”, viene etichettato in tutti i modi dispregiativi possibili e liquidato come “diverso” che disturba.

Quanto è importante imparare a disconnettersi?
Musicalmente tantissimo. C’è un momento preciso quando stai realizzando il tuo disco, dove dopo aver assimilato tutti gli input possibili (il proprio vissuto, le proprie influenze, le proprie aspirazioni, ecc.), bisogna per forza raccogliersi intorno alla band, e in quel momento non ci dev’essere nessun elemento esterno, a parte la band che sta realizzando la propria musica.

Credete che la musica possa aiutare a recuperare una dimensione più autentica?
La musica in generale ti può salvare la vita. Partendo da questo concetto, che è la vetta massima possibile, tutto quello che ci sta sotto ne è compreso, quindi certo che sì!

Quali sono oggi le forme di rumore più invasive nella vita quotidiana?
I notiziari, i social, i quotidiani, la “giornata mondiale di..” (365 più tutte le giornate mondiali doppie), le band che provano con le finestre aperte, i rally e i motorini truccati (ma quelli ci piacciono).

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