Recensioni
DISH-IS-NEIN: “Mi Sveglio”, un EP lucido e senza compromessi
Con “Mi Sveglio”, i DISH-IS-NEIN costruiscono un lavoro attraversato da una forte tensione emotiva e politica, capace di trasformare la disillusione in materia sonora e narrativa. L’EP evita qualsiasi forma di retorica, scegliendo invece un linguaggio diretto, lucido e spesso tagliente, che mette al centro le contraddizioni del presente senza cercare consolazioni facili.
Le riletture dei brani storici non si limitano a un’operazione nostalgica, ma acquistano nuovi significati alla luce del contesto contemporaneo, dimostrando quanto certe riflessioni siano ancora drammaticamente attuali. Accanto a queste, l’inedito “Mi Sveglio” si inserisce come sintesi ideale del percorso, raccogliendo l’eredità del passato e trasformandola in una presa di coscienza amara ma estremamente coerente.
Il risultato è un EP breve, compatto e incisivo, che lascia emergere un senso di inquietudine generazionale e collettiva. Non offre risposte né soluzioni, ma restituisce con grande lucidità il disagio di chi osserva il presente senza filtri, mantenendo intatta la necessità di esprimersi in modo autentico e scomodo.
L’EP restituisce un senso di disillusione molto forte: da dove nasce questa urgenza espressiva?
Più che di urgenza espressiva nel senso stretto del termine, parlerei di esposizione, esternazione di un nostro pensiero relativo al mondo (malato) con tutte le storture ed i cortocircuiti che lo caratterizzano. E facciamo questo attraverso quello che sappiamo fare meglio (o forse l’unica cosa che sappiamo fare): attraverso la nostra musica e le liriche che ci costruiamo attorno (e viceversa), il nostro mezzo di espressione insomma.
“Ultima Fatica” guarda molto all’interiorità: quanto è autobiografico questo sguardo?
Non autobiografico in senso stretto direi, forse più generazionale. La mia è una generazione, ma anche e soprattutto quella precedente, cresciute tra la seconda metà degli anni 60 la seconda e post 77 la mia, in mezzo a fermenti socio / politico / culturali e musicali probabilmente irripetibili. Davvero tanti pensavano che ci fossero i presupposti per costruire qualcosa di diverso, un mondo migliore. La verità, i fatti nella loro cinica eloquenza, ci dicono in modo incontrovertibile che nulla è cambiato, se non in peggio. Generazioni sconfitte dalla storia che non sono riuscite a costruire nulla, bravissime però a lasciarsi montagne di macerie dietro.
Come cambia il rapporto con un brano quando lo si rilegge a distanza di anni?
In realtà credo che la cosa cambi da brano a brano. Ci sono canzoni del vecchio repertorio dei Disciplinatha, ad esempio, a cui sono/siamo ancora molto legato/i. Non è un caso che “Crisi di Valori ed “Ultima Fatica” siano state recuperate per i concerti prima e, successivamente, per essere incluse nell’EP “Mi sveglio”, in primis perché trattavano tematiche ancora drammaticamente attuali, dall’altro perché si prestavano piuttosto bene ad essere reinterpretate in funzione del sound che abbiamo oggi.
Vi interessa ancora parlare di generazione o preferite una dimensione più universale?
Onestamente non saprei. Forse quello che raccontiamo con i testi dei nostri brani vuole avere un impatto più universale nel senso che le tematiche trattate ritengo abbraccino un contesto transgenerazionale, riguardino tutti. Nessuno o quasi può ritenersi immune dallo tsunami di letame che ci sommerge giorno dopo giorno.
Quanto è importante oggi essere “scomodi” nella musica?
Mah, credo che la “scomodità” della musica, la sua capacità di impattare nel modo che hanno le persone di vedere la propria vita in primis ed il mondo poi, una certa carica rivoluzionaria se così si può dire, sia morta già da tempo, probabilmente nel secolo scorso. Oggi, a mio modo di vedere, la stragrande maggioranza della musica contemporanea ascoltata, altro non è che sottofondo, “muzak” che deve intrattenere senza richiedere troppa attenzione, essere catchy senza rompere i coglioni; una roba davvero desolante. C’è musica che merita di essere ascoltata? Sicuramente sì, il problema è che se non sei “pacificato”, se non ti appiattisci sul nulla cosmico che caratterizza i tempi mesti che viviamo, semplicemente non hai spazi. E che non mi si venga a dire “ma no dai oggi con la rete tutti hanno possibilità” … STRONZATE. La “democrazia digitale” è una immane stronzata.
Che tipo di pubblico immaginate per questo lavoro?
Il nostro è inevitabilmente un pubblico adulto, cresciuto con Disciplinatha prima e che continua a seguirci nel progetto Dish-Is-Nein. Poi, ogni tanto, capita anche di incontrare pubblico decisamente più giovane appassionato al nostro progetto, cosa che ci sorprende parecchio ma che ci dà anche tanta soddisfazione.
