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JaydeeQ, esordio tra energia e visione: “Alien Song” rompe gli schemi

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“Alien Song” segna l’esordio dei JaydeeQ con un brano che unisce energia elettronica e ricerca sonora, muovendosi tra hard techno e aperture melodiche. Nato da un’intuizione spontanea in studio e sviluppato nel tempo attraverso un lavoro condiviso, il pezzo riflette un approccio creativo fluido, dove improvvisazione e costruzione convivono.

Tra arpeggiatori pulsanti, contrasti timbrici e una voce pensata per bilanciare le tensioni, i JaydeeQ delineano fin da subito una direzione artistica chiara: creare musica che giochi sugli opposti e coinvolga l’ascoltatore in modo non prevedibile.

“Alien Song” unisce hard techno e melodia: come avete lavorato su questo equilibrio?
E’ probabilmente l’aspetto più interessante del lavorare a più mani. Quando più persone intervengono sulla stessa idea, ognuna di esse la interpreta in maniera diversa, la legge con occhiali deformanti diversi e suggerisce soluzioni inaspettate. Tanto più quando l’intervento “esterno” subentra in fase già evoluta dell’idea o del progetto. Qui si tratta di un’improvvisazione quasi estemporanea tra me e PiratK in un momento di pausa mentre lavoravamo in studio; solo in un secondo momento, settimane dopo, abbiamo sottoposto l’idea a Jacopo e Diego che hanno aggiunto gli elementi melodici e le suggestioni ritmiche che intervengono nella seconda parte del brano.

Gli arpeggiatori sono centrali nel brano: che ruolo hanno nella vostra scrittura?
Personalmente godo quando ascolto o programmo un arpeggio. Che sia una 303, od un microfreak provo un senso di appagamento estetico molto forte. Credo sia il giusto compromesso tra “musica automatica” e musica suonata: non si può prescindere da un ragionamento tecnico armonico e questo mi rimanda alla musica dodecafonica o seriale in cui la composizione avveniva su matrici. Il compositore si auto impone una gabbia creativa che amplifica esponenzialmente la sua creatività invece di limitarla. Così come Dante non era certo folle ad imporsi la gabbia creativa degli endecasillabi; erano i suoi endecasillabi non quelli classici o faleci, erano autocostruiti su misura per lui. L’uso degli arpeggiatori è un po’ la stessa cosa: ti crei una gabbia creativa in sedicesimi che ti permette la libertà di giocare sui timbri, sui filtri, sugli effetti spostando il tuo cervello dalla banalità della ripetizione alla creazione sulla ripetizione.

La voce ha una dimensione quasi rassicurante: come nasce questa scelta?
Nasce per contrasto. La necessità di inserire una tinta pastello su delle tinte fosche. Un po’ come Van Gogh in Campo di Grano con volo di corvi. E’ una tecnica che stiamo sviluppando sempre di più ed in futuro ci piacerebbe sperimentare accostando il noise estremo alla melodia più dolce e suadente. Questo tipo di approccio serve anche alla necessità di armonizzare idee, ascolti ed approcci musicali molto diversi non solo all’interno della band ma anche del collettivo Cime Sonore che accoglie, abbraccia e supporta i JaydeeQ. Non è detto infatti che in futuro questa idea di collettivo non abbracci ulteriori collaborazioni.

Quanto è stato importante il contributo iniziale di PiratK?
L’idea iniziale del brano è sua. Mentre stava giocherellando con una 303 ed una drum machine, mi sono messo a giocherellare a mia volta con un synth, forse un cs1X che era collegato in quel momento e così è nata l’ossatura del brano, che abbiamo registrato al volo. Poi si è portato a casa gli stem ed ha operato un primo lavoro di editing e di arrangiamento che settimane dopo abbiamo sottoposto a Jacopo e Diego.

L’improvvisazione è alla base del pezzo: quanto incide nel vostro metodo creativo?
E’ una delle tecniche compositive che utilizziamo ma non l’unica. Altri brani sono scritti a tavolino e poi suonati in un secondo momento. Altri brani ancora vengono scritti da uno di noi, a turno, che poi guida gli altri sugli arrangiamenti. Dipende moltissimo da quanto l’idea di partenza è solida e condivisa. Capita anche e trovo che sia un approccio molto interessante, che l’idea iniziale piaccia solo ad uno dei tre ma che gli altri si fidino delle indicazioni fino alla fine della composizione e non di rado ci troviamo pronti a cambiare idea rispetto alla riluttanza iniziale.

Che tipo di esperienza volete far vivere all’ascoltatore?
Mi viene da rispondere di scomodità e disagio un po’ come succedeva alla Principessa sul pisello. Ma sarebbe una risposta troppo parziale perché penso che sia più articolato di così. Ci sono sicuramente, parlo di tutto il disco che non avete ancora ascoltato e che potrete solo ascoltare su vinile, tratti di impiccio che si accompagnano sempre ad altri tratti più rassicuranti. In generale penso che l’arte non debba essere né accondiscendente né rassicurante, ma anzi dovrebbe cercare di pizzicare corde opposte per creare allo stesso tempo consonanze e dissonanze.

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