(PRIMAMUSIC) Il nome La Tempesta Gentile conteneva già tutto: due termini che sembrano respingersi e che invece, messi insieme, producono una terza immagine. La stessa logica diventa il cuore di “Assenza e Rumore”, un album che costruisce la propria identità proprio nell’incontro tra elementi apparentemente inconciliabili.
Non sorprende allora che il disco proceda continuamente per contrasti. Vuoti e pieni, rabbia e dolcezza, realtà e sogno, elettronica e materia organica, presenza e sparizione. Più che scegliere da quale parte stare, il trio cerca il punto in cui gli estremi smettono di essere inconciliabili.
Le radici shoegaze rimangono, ma intorno crescono pulsazioni trip-hop, suggestioni electroclash e soluzioni che difficilmente possono essere ricondotte a un’unica categoria. Il basso processato occupa uno spazio centrale, batteria e synth intervengono sulle dinamiche, mentre l’handpan introduce una componente calda e risonante in mezzo a una materia sonora spesso più scura e stratificata.
Anche qui il contrasto non è un semplice espediente, ma diventa linguaggio. La Tempesta Gentile sembra cercare deliberatamente il punto di contatto tra ciò che, almeno sulla carta, dovrebbe rimanere distante.
Il concept di “Assenza e Rumore” funziona perché non viene declinato sempre allo stesso modo. “Pianeta Interno” parla di chi resta presente pur non essendo visibile. “FANTASMA” prende di mira la tendenza e il rischio dell’omologazione. “Aral” racconta ciò che resta di un rapporto attraverso l’immagine di un lago prosciugato.
“Fuori Dai Guai” introduce una riflessione meno prevedibile: la pace assoluta può trasformarsi in immobilità. A volte il problema costringe a muoversi e il movimento ci ricorda che siamo vivi. Subito dopo “Linea Unica” cerca una connessione tra mondi musicali lontani, arrivando all’invenzione semiseria del “reggaze”.
“Invisibile” torna alle relazioni e alla loro dimensione clandestina. “Le Sfere Di Cavendish” ricorre invece alla scienza: corpi piccoli attratti da masse enormemente superiori diventano una rappresentazione delle situazioni nelle quali ci sentiamo in balia di qualcosa più grande di noi.
Le due “Vertigine” sono il punto nel quale la fragilità viene osservata senza troppi filtri. La prima condensa le diverse anime sonore della band; la seconda trasforma il consiglio di non guardare verso il precipizio in un mantra. “Sogno Elettrico” chiude invece l’album nella notte, l’ultimo territorio nel quale l’assenza può essere temporaneamente abolita e una persona che non possiamo più avere può tornare, almeno fino al risveglio.
La stessa dialettica tra presenza e assenza sembra proseguire anche nella copertina di “Assenza e Rumore”. L’immagine mostra un convoglio ferroviario immerso in un vastissimo paesaggio alpino, circondato da montagne, neve, prati e da un cielo azzurro che occupa una parte importante dello spazio. Non c’è folla, non c’è movimento umano visibile, non c’è il caos che il titolo potrebbe suggerire. Al contrario, tutto sembra attraversato da una calma quasi irreale.
Ed è proprio questa apparente tranquillità a rendere interessante l’immagine. Il treno, elemento normalmente associato al movimento, al rumore meccanico e al passaggio, appare quasi fermo, sospeso nel paesaggio. Intorno domina una natura enorme, silenziosa, sproporzionata rispetto alla presenza umana. Un oggetto potenzialmente rumoroso viene così collocato dentro uno spazio che visivamente suggerisce silenzio e isolamento.
La copertina finisce quindi per tradurre in immagine lo stesso paradosso contenuto nel titolo. Il rumore è lì, almeno nella nostra immaginazione, perché sappiamo quale suono produce un treno in movimento; eppure, la fotografia lo congela e quasi lo priva della sua voce. Allo stesso tempo, quel paesaggio apparentemente vuoto non comunica una vera assenza: è pieno di dettagli, materia, profondità e tracce di una presenza che sembra appena passata o sul punto di ripartire.
Anche la scelta di lasciare molto spazio al cielo contribuisce alla sensazione di sospensione. Il titolo e il nome della band, piccoli e discreti nell’angolo superiore, non invadono l’immagine e sembrano quasi voler evitare di interromperne l’equilibrio. La grafica non spiega il disco: ne anticipa l’atmosfera.
E quel treno diventa inevitabilmente anche un’immagine di transito. Può suggerire una partenza, un ritorno, qualcosa che attraversa un luogo senza appartenergli definitivamente. Una lettura che dialoga bene con un album nel quale le persone possono rimanere presenti pur essendo lontane, i rapporti possono lasciare tracce dopo essersi prosciugati e il sogno può restituire per qualche istante ciò che la realtà ha sottratto.
La cosa interessante è che, dopo dieci tracce costruite intorno alle opposizioni, “Assenza e Rumore” non tenta mai di scegliere un vincitore. La Tempesta Gentile sembra piuttosto suggerire che siamo fatti proprio di quelle contraddizioni: presenza e mancanza, bisogno di quiete e necessità del caos, desiderio di sparire e volontà di lasciare una traccia.
La copertina, da questo punto di vista, non è soltanto un involucro. Quel treno immerso nel silenzio delle montagne sembra quasi la rappresentazione visiva del titolo stesso: il rumore che immaginiamo senza poterlo sentire e un’assenza che, osservandola meglio, è tutt’altro che vuota. (PRIMAMUSIC)
È forse qui che il disco trova una delle sue sintesi più efficaci. La Tempesta Gentile non cerca più soltanto un suono personale: costruisce un piccolo universo nel quale musica, immagini e concetto finiscono per parlare la stessa lingua.




