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“She”, Tony Fortunato tra sperimentazione, istinto e libertà creativa

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Non seguire una strada già definita, ma lasciare che sia l’ispirazione a indicare ogni volta una nuova direzione. È questa la filosofia che accompagna il percorso artistico di Tony Fortunato e che trova una nuova espressione in “She”, singolo dalle influenze urban e dance pop.

Il brano mostra un lato diverso della sua produzione senza rinunciare a quella libertà stilistica che, negli anni, ne ha caratterizzato l’identità. Tony Fortunato non considera la tecnica un esercizio fine a se stesso, ma uno strumento attraverso il quale trasformare un’intuizione, una linea melodica o un semplice ritmo in una composizione capace di arrivare direttamente all’ascoltatore.

La realizzazione di “She” lo ha spinto anche fuori dalle sue consuete abitudini produttive, obbligandolo a lavorare in modo nuovo sulla presenza del basso, sulla gestione delle frequenze e sull’equilibrio tra energia e spazi sonori.

In occasione dell’uscita del singolo abbiamo parlato con Tony Fortunato di evoluzione artistica, sperimentazione e riconoscibilità, cercando di comprendere quale direzione potrà prendere questo nuovo capitolo del suo percorso musicale.

Negli ultimi anni hai sviluppato un’identità sonora molto personale. In che modo “She” rappresenta la tua evoluzione?
“She” rappresenta indubbiamente il mio lato più urban e dance pop. In realtà non mi è mai piaciuto rinchiudermi all’interno di un singolo genere o pianificare la direzione da prendere: per me ogni brano nasce prima di tutto da un istinto profondo e da quello che sento in un momento preciso. Amo sperimentare, e quando ho iniziato a “sentire” dentro di me il mondo sonoro di “She”, ne sono rimasto travolto ed enormemente coinvolto. A partire da quella prima linea di basso, tutto è venuto da sé in modo fluido. Non c’è stata la volontà prestabilita di creare un pezzo di questo tipo: la mia evoluzione passa proprio da qui, dalla libertà di assecondare l’ispirazione ovunque decida di portarmi.

Quanto conta per te riuscire a coniugare tecnica e immediatezza?
Non credo che sia qualcosa che si calcola prima, cerco semplicemente di assecondare il flusso. Non mi chiedo mai se una scelta sia “troppo tecnica” o “abbastanza immediata”: la tecnica è soltanto un mezzo al servizio dell’espressione. Credo che quando ci si esprime in modo spontaneo, il risultato arrivi a chi ascolta con un impatto del tutto naturale. La musica è prima di tutto sentimento, e noi esseri umani siamo estremamente sensibili e ricettivi a questo livello. Anche in un’epoca in cui siamo spesso distratti, il messaggio emotivo ha la capacità unica di bypassare ogni logica e arrivare dritto al punto.

Ogni tuo brano sembra nascere da un dettaglio musicale preciso. È il tuo metodo abituale di scrittura?
Facendo le cose molto di pancia, mi viene difficile definirlo un metodo consapevole o abituale. Quello che so con certezza è che quando mi balena un’idea devo assolutamente fissarla subito: la registro al volo su Ableton o, se non ho la strumentazione a portata di mano, direttamente con un memo vocale sul telefono. Poco importa se si tratti di una ritmica, di un assolo, di una linea melodica o anche solo di un beat di batteria. Una volta fissata l’idea iniziale, la riascolto più volte: a quel punto gli altri strumenti iniziano ad aggiungersi in modo del tutto naturale nella mia testa, andando via via a definire la struttura dell’intero brano.

Quanto è importante continuare a sperimentare senza perdere riconoscibilità?
È un equilibrio essenziale e al contempo difficilissimo da mantenere! Amo l’idea di non sapere mai cosa tirerò fuori la prossima volta, e credo che chi mi segue sappia che non deve mai aspettarsi qualcosa di scontato. Ascoltando molta musica di oggi, ho spesso l’impressione di sentire sempre la stessa canzone: non che sia un male, ognuno è giustamente libero di esprimersi come meglio crede, ed è proprio questa varietà che rende la musica fantastica.
Avere idee sempre diverse e spaziare tra generi differenti è un’arma a doppio taglio, lo so, ma è un rischio da cui non voglio privarmi. Farlo significherebbe limitarmi e soffocare la mia creatività e libertà di espressione. Accetto volentieri il rischio di essere meno incasellabile, pur di non scendere a compromessi con quella sensazione di totale libertà che amo… ne vale assolutamente la pena!

Cosa ti ha insegnato la realizzazione di “She” come produttore?
La vera lezione per me è stata molto concreta e tecnica. “She” mi ha messo davanti a un linguaggio per me nuovo: essendo un brano in cui i bassi e il groove hanno una presenza così dominante, ho dovuto imparare a valorizzare strumenti e frequenze diverse dal solito. Da grande amante del ritmo, la sfida è stata canalizzare tutta quell’energia e gestire gli spazi in modo nuovo dal punto di vista compositivo. Mi ha insegnato che uscire dalla propria “comfort zone” di arrangiamento non solo è stimolante, ma ti arricchisce di nuove consapevolezze che poi ti porti dietro nei progetti futuri.

Dove immagini possa portarti artisticamente questo nuovo percorso?
Non c’è una strada già tracciata che ti permette di sapere quale sarà la prossima tappa: questo è un settore del tutto imprevedibile. Quello che so con certezza è che questo progetto rappresenta un tassello in più, un ulteriore passo avanti nel mio percorso. Sono entusiasta della direzione che sto prendendo, soddisfatto e fiducioso. Ho il controllo solo su ciò che posso fare io in prima persona, non su come la musica verrà recepita dal pubblico o dall’industria. Il mio unico obiettivo è procedere con costanza, alzando sempre l’asticella della qualità. Già solo questa consapevolezza mi dà una grande stabilità e mi fa guardare al futuro con un forte ottimismo.

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