Viviamo in un’epoca che pretende continuamente risposte. I Varanasi, invece, con Impermanenza scelgono di fare il contrario: osservano il cambiamento, la perdita e il senso di precarietà senza tentare di addomesticarli.
È un disco che parla di dissoluzione ma che paradossalmente possiede una notevole compattezza. Ogni brano sembra collegato all’altro da un filo invisibile fatto di immagini ricorrenti, ombre, guerre lontane, sogni, ricordi e ferite.
Musicalmente la band amplia il proprio raggio d’azione. Il post-punk resta il punto di partenza, ma viene continuamente contaminato da shoegaze, dream pop e psichedelia. Le chitarre costruiscono muri sonori che non soffocano mai la melodia, mentre basso e batteria guidano il percorso con precisione.
L’impressione è quella di ascoltare un gruppo che ha finalmente trovato una propria direzione. Non ci sono momenti riempitivi e ogni brano aggiunge un tassello a una narrazione che parla della difficoltà di restare umani in un mondo sempre più instabile.
Particolarmente riusciti risultano La tentazione di esistere, Per sempre e Solaris, tre canzoni che mostrano diverse sfumature della scrittura dei Varanasi e confermano la loro capacità di trasformare riferimenti letterari e filosofici in canzoni vive.
Più che un disco sull’impermanenza, questo sembra un disco su ciò che resta quando tutto cambia. E non è poco.




