Primo Piano
Alan: «L’autenticità oggi è qualcosa da difendere»
Con “Specchi Rotti”, gli Alan firmano un brano che guarda alle fragilità dell’individuo nell’era dell’esposizione continua. Il singolo affronta il tema dell’identità, mettendo in luce il divario sempre più sottile tra ciò che siamo e ciò che scegliamo di mostrare agli altri, in una società che spesso spinge verso la costruzione di immagini perfette e facilmente consumabili.
Attraverso un equilibrio tra introspezione e osservazione del presente, la band racconta le crepe nascoste dietro le maschere quotidiane, trasformando dubbi, inquietudini e contraddizioni in un racconto musicale intenso e attuale. Anche il videoclip contribuisce a rafforzare questa visione, immergendo l’ascoltatore in un universo visivo sospeso tra realtà e artificio.
“Specchi Rotti” diventa così non solo una canzone, ma uno spunto di riflessione sul bisogno di autenticità, sulla difficoltà di preservarla e sul valore di accettare le proprie imperfezioni in un tempo dominato dall’apparenza.
“Specchi Rotti” affronta il tema dell’identità in modo molto diretto. Quanto c’è di autobiografico nel brano?
C’e’ sicuramente una componente autobiografica, ma non nel senso stretto del diario personale. Piuttosto nasce da una sensazione che conosciamo bene anche noi: quella di sentirsi a volte disallineati rispetto all’immagine che il mondo ci chiede di costruire. Viviamo immersi in una continua sollecitazione alla rappresentazione di noi stessi, e sarebbe ipocrita dire di esserne totalmente immuni. Il brano parte anche da li’: da una ferita che riconosciamo in noi, oltre che nella societa’. Quando scriviamo, cerchiamo sempre di partire da qualcosa che ci attraversa davvero, altrimenti tutto diventerebbe solo esercizio di stile.
Nel testo convivono critica sociale e vulnerabilità personale. Era importante mantenere entrambe le dimensioni?
Assolutamente si’. La sola critica sociale rischia di diventare una predica, mentre la sola vulnerabilita’ personale rischia di chiudersi in un perimetro troppo intimo. A noi interessa il punto in cui le due cose si toccano. Le storture del presente non sono fenomeni astratti: entrano nelle nostre vite, modificano il nostro modo di percepirci, di desiderare, di soffrire. “Specchi Rotti” prova a stare proprio in quel punto di frizione, dove il disagio collettivo si riflette nelle crepe individuali. Crediamo che una canzone funzioni davvero quando riesce a parlare del mondo senza smettere di parlare dell’essere umano.
Il contrasto tra realtà e rappresentazione sembra essere il cuore del singolo. Pensate che oggi viviamo in una continua performance?
Si’, in larga parte si’. Oggi sembra quasi impossibile sottrarsi a una dinamica performativa continua. Non si tratta solo dei social in senso stretto, ma di un atteggiamento piu’ generale: si e’ sempre in vetrina, sempre potenzialmente osservati, sempre spinti a costruire una versione piu’ spendibile di se’. Questo produce una stanchezza profonda, perche’ ci allontana dall’esperienza reale. E la cosa piu’ inquietante e’ che spesso questa performance non la facciamo piu’ per gli altri, ma per aderire a un modello interiorizzato. E’ come se fossimo diventati contemporaneamente attori, pubblico e giudici di noi stessi.Siamo i primi a credere alle nostre menzogne. In questo mi viene in mente Jep Gambardella de “La grande bellezza”
L’estetica del videoclip richiama mondi artificiali e destabilizzanti. Come avete immaginato la componente visiva del progetto?
Volevamo che il video non fosse una semplice illustrazione della canzone, ma un’estensione del suo disagio. Ci interessava costruire un ambiente visivo in cui la realta’ apparisse familiare e insieme alterata, quasi sul punto di cedere. L’idea era quella di un mondo levigato, geometrico, apparentemente perfetto, dentro il quale pero’ l’elemento umano resta incrinato, imperfetto, fuori asse. L’uso di un immaginario artificiale andava proprio in quella direzione: raccontare un presente in cui il confine tra autentico e simulato si sta assottigliando fino quasi a sparire. Personalmente nutro un grande timore reverenziale per i registi visionari come Nolan e la nostra citazione al suo modo di comprendere il mondo in Inception ci ha molto aiutato a dare una proiezione visiva a quello che era il concetto della canzone.
La vostra musica ha sempre avuto una forte componente sociale. Sentite ancora l’urgenza di “prendere posizione”?
Si’, forse oggi ancora di piu’. In un tempo in cui tutto sembra dover essere innocuo, rapido, consumabile e possibilmente privo di attrito, prendere posizione diventa quasi un dovere morale oltre che artistico. Non crediamo che la musica debba per forza insegnare qualcosa, ma pensiamo che possa e debba interrogare, disturbare, mettere in discussione. Se un brano non lascia almeno una domanda aperta, rischia di esaurirsi nel tempo di un consumo veloce. A noi interessa ancora usare la musica come spazio di riflessione, anche a costo di risultare scomodi o fuori tendenza.
“Specchi Rotti” arriva in un momento storico dominato dall’esposizione continua. Secondo voi esiste ancora uno spazio per l’autenticità?
Pensiamo di si’, ma e’ uno spazio sempre piu’ difficile da proteggere. L’autenticita’ oggi non e’ qualcosa che si dichiara: e’ qualcosa che si difende. Richiede sottrazione, silenzio, perfino la capacita’ di accettare di non essere sempre visibili, sempre presenti, sempre performanti. E’ una scelta controcorrente, perche’ il sistema ci educa esattamente all’opposto. Ma proprio per questo crediamo che sia ancora possibile, e forse persino piu’ necessaria. L’autenticita’ non e’ perfezione: e’ accettazione della propria complessita’, delle proprie crepe, dei propri limiti.
Cosa vi piacerebbe restasse davvero di questo singolo nell’ascoltatore?
Ci piacerebbe che restasse una piccola incrinatura nel modo di guardare se stessi e il mondo. Non necessariamente una risposta, ma un dubbio fertile. Se dopo l’ascolto qualcuno si fermasse anche solo un attimo a chiedersi quanto di cio’ che mostra coincide davvero con cio’ che e’, allora il brano avrebbe gia’ compiuto il suo percorso. In fondo non ci interessa lasciare uno slogan, ma una consapevolezza. Anche minima. Anche scomoda.
