(PRIMAMUSIC) Dopo aver esplorato le sonorità del Mediterraneo e le trame della biodiversità, il progetto PS5 (Pietro Santangelo Quintet) si tinge ora di riti ancestrali, fauni danzanti e suggestioni dionisiache. Il nuovo lavoro, intitolato “Baccanalia”, attinge a piene mani dal patrimonio greco-romano trasformandolo in un rituale musicale dove la percussione diventa incantesimo e il flauto si fa messaggero degli dei. Ne parliamo con l’anima del collettivo, Pietro Santangelo, un musicista abituato a destreggiarsi tra sax, fujara, registrazioni in movimento e studi d’altri tempi, tra Napoli e la costiera sorrentina. In questa chiacchierata emergono infiammazioni auricolari generative, tempi dispari che sanno di ebbrezza, melodie calate dall’alto (pur senza motori immobili) e una copertina che ritrae l’estasi di una danzatrice. Benvenuti nel mondo visionario e carnale di “Baccanalia”. (PRIMAMUSIC)
“Baccanalia” si ispira all’immaginario della cultura classica, con danze di guerra, cortei di satiri e rituali di passaggio. Cosa ti ha spinto, dopo due album incentrati su Mediterraneo e biodiversità, a guardare proprio al mondo greco-romano?
Da un punto di vista strettamente musicale il lavoro è una naturale evoluzione degli altri due, sia melodicamente che ritmicamente, lo stile musicale è molto vicino agli altri. Però mentre lavoravo a questo qui, all’inizio del 2025, ho avuto una brutta infiammazione ad un orecchio che mi ha costretto a stare in casa; quindi un nuovo tipo di processo legato alla voce, ed al flauto è subentrato mentre andavo avanti con la produzione. Un naturale desiderio distordimento ed evasione insieme all’uso del flauto (con il quale per esempio è stato scritto il tema di Hermes) mi hanno evocato suggestioni legate a Pan, a Bacco ed al dionisiaco in generale. L’idea di strutturarlo come una racolta di danze ancestrali è nata dal bisogno di sfuggire all’ansia durante un periodo non facile.
Un lavoro che parla di “danze visionarie” e di un’esperienza “al tempo stesso fisica e mistica”. Come si traduce questa tensione nella scrittura delle cinque tracce e nel ruolo delle percussioni?
Quando scrivo un pezzo di solito le idee e le suggestioni ritmiche arrivano camminando, e cerco di coglierle registrando vocali al volo senza rallentare il passo per non perdere il tempo originale a cui sono arrivate. Dopodichè a casa termino il lavoro suonando il basso o il sassofono o a volte anche il pianoforte, non è una trafila sempre uguale. Quello che noto è che spesso cerco di fare sembrare i tempi dispari come se fossero pari e quelli pari, invece dispari, e questo ha un motivo ben preciso: l’incertezza ritmica confonde e inebria, e la capa parte appresso al corpo.
Nel progetto hai suonato sax tenore e soprano, flauto, fujara, voci e percussioni addizionali. Come riesci a bilanciare il ruolo di compositore, arrangiatore, producer e strumentista senza che una delle due dimensioni prevalga sulle altre?
Probabilmente lascio che ogni ruolo prenda il sopravvento sugli altri al momento giusto, e non è affatto un processo facile anzi spesso è conflittuale e frustrante. Soprattuto cogliere l’idea melodica originale, e metterla a fuoco, cercandone l’aspetto più interessante, . Quincy Jones diceva che abbiamo regole musicali per tutto tranne che per la melodia, e che quella viene direttamente da Dio. Senza scomodare motori immobili (sono agnostico) ma mi sento di condividere l’analisi del maestro : una buona melodia è quanto di più misterioso e prezioso ci sia in musica. Per tutto il resto si matura esperienza ed il pensiero razionale aiuta a separare i processi. Ma per l’idea originale, per la scintilla, bisogna essere aperti e ricettivi.
Nell’album “Echologia” il multiculturalismo diventava coesistenza, ispirandoti alla biodiversità naturale. Ora con “Baccanalia” il riferimento è più antropologico e rituale. Come sei passato concettualmente da un ecosistema naturale a uno culturale-archetipico?
Per me non c’è soluzione di continuità fra i tre lavori : è un percorso organico. Anche nel primo lavoro, “Unconscious collective”, c’è un aspetto legato agli archetipi; tutto il lavoro che faccio con il quintetto ha a che vedere con la trance, la danza, il gesto ritmico che si stacca dalla trama confusa e fluttuante dei sassofoni, una voce che emerge dal profondo della testa, un lavoro più onirico ed analogico. È tutto parte dello stesso concetto: l’interconnessione fra me, noi e il nostro habitat. Sia naturale che culturale.
La line-up del PS5 vede confermati musicisti come Paolo Batà Bianconcini (congas, shekerè), Giuseppe Giroffi, Vincenzo Lamagna, Salvatore Rainone, più l’ospite Luigi di Nunzio. Come è cambiato il rapporto nel collettivo rispetto ai lavori precedenti?
Luigi è stato spesso con noi mentre Giuseppe era in tourneè in Cina nel 2024, e considerato il suo incredibile talento e la sua natura di geniale improvvisatore, oltre che il legame di amicizia che ci lega da anni, il passaggio è stato assolutamente organico e fluido. Luigi è senza dubbio il più scintillante talento della sua generazione e la sua partecipazione è stata straordinaria e familiare al tempo stesso. Mi considero un privilegiato a poter collaborare con tutti questi musicisti da così tanti anni, Napoli è veramente una fucina di talenti inesauribile.
L’EP è stato registrato in due studi diversi (Auditorium Novecento e Godfather’s Studio) e missato da Peppe De Angelis. Che criterio hai seguito nella scelta degli spazi sonori per ogni traccia?
Le ritmiche cerco sempre di registrarle all’Auditorium Novecento, che resta la sala acusticamente più pregiata di Napoli. Per i fiati invece ho scelto di andare da Massimiliano Pone perchè ha una collezione di microfoni incredibile. Il missaggio è stato fatto nello studio di Peppe De Angelis in costiera sorrentina, sopra a Sant’Agata sui due Golfi, tre giorni immersi nella natura e nel suo mixer Cadac del 1967, uno strumento che avevamo già incontrato ai tempi del mix di Bani Ahead con gli Slivovitz nel 2011. Lavorare con loro e, non ultimo, Davide Barbarulo che come sempre ha curato il mastering, è una garanzia di qualità sonora.
Venendo alle tue collaborazioni con la scena napoletana – dagli Slivovitz a Nu Genea, Bassolino a Fitness Forever – hai sempre mescolato generi. Cosa c’è in “Baccanalia” che non avresti potuto fare nei tuoi progetti collaborativi?
Tutto, PS5 è il mio spazio libero. Amo le collaborazioni con ognuno dei gruppi che hai citato, soprattutto nell’arrangiamento per i live e chiaramente nella vita che si fa quando si suona in giro insieme, ma quando scrivo per PS5 amo stare solo e cercare immagini segrete.
Se dovessi accompagnare l’ascolto di “Baccanalia” a una sola immagine o a un solo gesto fisico per chi non conosce ancora il PS5, quali sceglieresti per restituire l’essenza di questo EP?
Sceglierei il gesto di una danzatrice in estasi, e l’immagine confusa dall’ebbrezza che evoca in chi la guarda, esattamente come appare nella bellissima copertina di Sabrina Cirillo.
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