Primo Piano
intervista: Capone&BungtBangt tornano con “Bagaria” il singolo dal testo in “parlesia”
Nel comunicato si parla della parlesia come di una “lingua clandestina” nata per non farsi capire dal potere. Perché hai scelto proprio ora, dopo 30 anni di carriera, di scrivere un brano in questa lingua senza concedere traduzioni?
Piccola precisazione necessaria, sono ben 45 gli anni di carriera, dal 1982. E’ necessario specificarlo perché è proprio negli anni ‘80 che imparo e comincio ad utilizzare la parlesia. Me la insegnò Pino Daniele dal quale fummo prodotti con i 666 (la mia prima band) per tre anni dall’85 all’88.
Da allora la cominciammo ad usare correntemente per la sua reale utilità, cioè dire cose che le persone presenti non potevano comprendere. La chiamiamo “lingua” ma in realtà è uno slang, un sottoprodotto della lingua napoletana che comprende un ristretto gruppo di parole chiave che vengono utilizzate durante una qualunque discussione, sopratutto per lanciare messaggi criptici che descrivano situazioni contingenti e tipologia di persone con cui si sta avendo a che fare.
Non è la prima volta che la utilizzo nelle mie canzoni, già nel ‘94 quando scrissi “ ’o Boss ” utilizzai una parola della parlesia che descrive appunto un “pezzo grosso”, il capo.
E devo dire che avere questo piccolo trick segreto è stato utilissimo, in tutti questi anni più volte è servito per affrontare al meglio situazioni delicate, di lavoro, ma anche di vita quotidiana quando ero in compagnia di persone che la parlavano.
Oggi con Bagaria ho voluto rendere omaggio a questo slang che è parte del mio linguaggio quotidiano, che proviene da una storia antica di cui mi sento orgogliosamente un rappresentate. Un gesto di affetto anche per la mia personale relazione con Pino Daniele e con tutto il Naplule’s Power, James, Tullio, Tony, Joe, Ernesto.
Questo per me è il miglior modo per trasmettere una cultura reale, concreta, non iconografica non furbacchiona.
Utilizzo la parlesia per quello che è, una lingua clandestina che serve a dire cose che non devono essere comprese proprio da chi ne è l’obiettivo, quindi è chiaro che nel testo c’è una critica fortissima.
Questo è il motivo per cui è nata e questo è il modo in cui la utilizzo. Non ne svelerò mai il significato, chi ha voglia e pazienza può provare ad interpretarla, ma è una azione soggettiva e volontaria, il valore del mio gesto voglio che resti puro.
Dichiari che non tradurrai né spiegherai mai le parole di “Bagaria” e che non confermerai il bersaglio del brano. È una forma di fiducia radicale nell’ascoltatore o un modo per restituire alla musica la sua dimensione iniziatica?
Direi entrambe con l’aggiunta di una terza, lo stimolo a cercare di capire qualcosa che non si conosce e non si comprende.
Il mio è un pubblico molto “consciousness”, sono persone con una grande consapevolezza, sensibili e profonde. Quindi so che loro apprezzeranno e magari approfondiranno.
Però in questo nuovo ciclo della mia vita artistica ho deciso di essere meno accondiscendente, cioè di suggerire senza spiegare, di dare la scintilla ma non la fiamma.
Penso che siamo in un momento nel quale è molto facile avere tutto a portata di mano. Per me la questione non è avere tutto, ma cercare di capire quello che si ha ed in che modo va utilizzato.
La mia musica è apparentemente semplice (almeno credo) ma dietro c’è un lavoro incredibile, nel vero senso della parola. La ricerca delle armonie in oggetti riciclati e d’uso comune, la ricerca linguistica con un linguaggio che porta con se tanti messaggi poco utilizzati nella maggior parte dei brani che si ascoltano in giro.
Credo di essere il portavoce di una parte di umanità che ha poco spazio di visibilità perché è poco aggressiva, equilibrata e non schierata per partito preso, persone che ascoltano e si impegnano a rendere il pianeta migliore di quello che la società consumistica ha generato, consapevoli della enorme difficolta di capirci veramente qualcosa.
La Musica ha un grande potere, superare i limiti, entrare dove l’intelletto e la razionalità non arrivano. Scuotere le emozioni che appartengono a qualunque essere umano. Quindi per esempio un brano come BAGARIA che ha una grande potenza ritmica ed una melodia accattivante potrebbe essere ascoltato ed apprezzato proprio da chi in realtà ne è il bersaglio e fare in maniera occulta quello che un attacco frontale non riuscirebbe sicuramente a fare.
Nel testo si cita la tradizione che va da Pulcinella a Palummella Zompa e Vola. In che modo “BAGARIA” si inserisce in questa linea di canzoni di resistenza popolare?
Si è vero, mi è venuto in mente questo parallelo perché fa parte della nostra cultura popolare, utilizzare l’arte per lanciare messaggi rivoluzionari. E qui mi viene in mente quello che tristemente ha dichiarato proprio in questi giorni Francesco De Gregori, lui forse da romano non lo sa, ma la musica è sempre stata veicolo di idee alternative, di proteste verso i poteri dominanti, di messaggi in codice tra le popolazioni oppresse. Non sono polemico con lui, è un grande cantautore, ma ha detto una grandissima sciocchezza! Anche perché dicendo quello che ha detto ha comunque preso posizione, non si è astenuto con il silenzio ma ha detto la sua e quindi anche lui ha fatto un gesto “politico”.
A Napoli c’è una tradizione secolare di brani clandestini, di colonne sonore fatte per scuotere gli animi, per accompagnare e dare coraggio a chi è chiamato al difficilissimo compito di cambiare le cose.
Nella nostra tradizione ci sono artisti ed opere teatrali e musicali pensate per questo scopo, BAGARIA si inserisce in questo filone, ma direi che la gran parte delle mie composizioni sono scritte in questa direzione.
Hai costruito strumenti come scatolophon, tubolophon e scopa elettrica, le cui origini restano deliberatamente non identificabili. È un modo per sottrarre il suono al controllo – analogamente a ciò che fa la parlesia con le parole?
Per me il suono è assolutamente fuori dal controllo, lo è stato in passato e lo sarà sempre. Chi crede di conoscere la musica in modo definitivo è fuori strada.
La mia ricerca dimostra esattamente questo, basta guardare le reazioni del pubblico quando ascoltano i miei strumenti. Io stesso non mi abituerò mai e resterò sempre sorpreso di cosa possa fare una scatola con un elastico, un barattolo, una scopa. Sono suoni veri, potenti, altamente competitivi con quelli generati da strumenti convenzionali. Non si può restare impassibili, si crea un corto circuito nella mente che fa scattare un modo diverso di percepire il mondo, è un effetto esaltante, quasi mistica, che conduce ad una percezione molto più ampia, direi ad un vero e proprio sistema di pensiero.
Sempre in questo nuovo corso, in linea con quello che ho detto prima sul testo di BAGARIA, ho deciso di non spiegare troppo, di lasciare che chi ascolta si incuriosisca in modo spontaneo e vada a cercare l’origine dei suoni senza che io debba stare li a dire:” guarda che stai sentendo dei suoni che hanno un’origine assurda”. Negli anni ho capito che quando si ascolta la nostra musica il fatto di avere dei suoni gradevoli e ben equilibrati non aiuta a cogliere l’unicità degli strumenti, quindi ho deciso di non inseguire più questa narrazione, di non fremere per stimolare ad approfondire questo mondo pazzesco. Chi avrà voglia di farlo lo farà partendo dal suo desiderio e non dal mio suggerimento nella comunicazione, anche qui come nel testo della canzone, vorrei stimolare un’azione volontaria che non nasce da un allert ufficiale ma da un ascolto consapevole.
“Quanto di ciò che ascoltiamo siamo davvero in grado di capire?” – questa domanda sembra oggi più che mai politica. Pensi che l’ascoltatore contemporaneo sia disabituato al non comprendere fino in fondo?
In parte ti ho già risposto, ci sono due grossi handicap che possono contribuire a spegnere le menti: il primo è avere sempre tutto sotto mano, non fare nessuno sforzo per cercare, per approfondire e farsi domande. Non sono contrario alla tecnologia, anzi, provenendo da una generazione analogica, ne sono sempre stato affacinato e l’ho sempre utilizzata e studiata. Ho smontato computers e so mettere mano sia all’hardware che al software. Però li ho sempre utilizzati per i miei scopi, sempre con obiettivi molto reali, sempre con il concetto che il capo sono io, non la macchina.
Lo stesso concetto lo porto nel campo dei social, che utilizzo per la diffusione delle mie attività, perché so che usato così è uno strumento potente che ti permette di arrivare lontano. Ma anche qui sono molto pragmatico, sui social non c’è la mia vita privata, c’è il mio mondo artistico, c’è Maurizio per quello che è, e di uno che vuole “apparire”.
Il secondo punto, molto importante anch’esso, è che oggi siamo poco abituati alla concentrazione lineare, tutto viene interrotto mentre stai guardando un film un programma televisivo, un video su YouTube. Prima c’era solo la dipendenza dalla nicotina che costringeva le persone a fermarsi per “fumarsi una sigaretta”. Mi ha sempre inquietato costatare, per esempio in studio di registrazione, che i fumatori non potevano dedicarsi in modo incondizionato ad un’attività perché ad un certo punto il corpo richiedeva la sua dose di nicotina. Ora siamo arrivati al paradosso che l’interruzione è imposta dalla pubblicità. E così oggi nessuno è capace più di concentrarsi per più di qualche minuto. Questo sistema porta alla dispersione di idee, di energie e danneggia il filo del pensiero che è molto utile per concludere un’attività.
Questi due elementi, e sicuramente altri ancora, fanno sì che l’attenzione e la comprensione siano molto disturbate e quindi la mia risposta secca alla tua domanda è: si è un pensiero politico e sociale contro il quale mi oppongo con tutte le mie forze e che provo a smontare anche attraverso le mie attività di educatore ad honorem, con i ragazzi e con gli adulti e con chiunque partecipi ai miei workshop.
Sei stato definito “eco-pioneer italiano” e Campione di Economia Circolare per Legambiente. In “Bagaria” il riciclo sonoro e il riciclo linguistico si intrecciano: per te l’ecologia è anche una forma di decolonizzazione culturale?
Ma certo! L’ecologia è il rispetto per l’ambiente, ma per me la parola ambiente comprende anche “ambiente umano”. L’inquinamento e la mancanza di rispetto per la Terra comprende anche tutto quello che si fa di distruttivo verso le persone, verso i popoli e le diverse culture.
C’è bisogno di un grandissimo cambiamento che possa riportare al centro l’umanità intesa come etica. Certo siamo nel momento peggiore dal dopoguerra e i grandi potenti si stanno rivelando dei delinquenti e dei camorristi. Non c’è stata nessuna evoluzione, nessuna crescita di qualità. Abbiamo assistito ad una enorme crescita economica e tecnologica e contemporanemante ad una grave decrescita emotiva e sentimentale.
L’ambientalismo è da sempre intrecciato con i diritti umani, ed ora più che mai l’attivismo si è fuso in un grande gruppo. Il genocidio a Gaza, la Terra dei Fuochi, la deforestazione amazzonica nascono tutte da un unico modo di pensare, da un unico grande egoismo e sopratutto dalla grande follia che si possa prosperare nella totale mancanza di rispetto verso gli altri, e verso madre Natura. E’ questo il concetto che sta portando l’umanità all’autodistruzione ma che l’uomo medio ignora, o finge di ignorare, perché diventare consapevoli ci obbliga a trasformare il nostro modo di vivere.
La “decrescita felice” è un concetto che spaventa molti, ma non si capisce che gli unici che veramente ne avrebbero un danno sono i potenti della terra, mentre l’uomo e la donna comune ne avrebbero solo benefici sul piano della qualità della vita, dell’alimentazione, del benessere fisico e mentale.
Ma chi sono io per contrappormi a Trump, al governo italiano, alle multinazionali? C’è poco da fare, se l’umanità è distratta, insensibile e poco responsabile si va verso quello che stiamo già cominciando a vedere con il cambiamento climatico. Nessuno pensa a piantare più alberi, cosa che abbasserebbe naturalmente la temperatura. Piuttosto meglio acquistare tantissimi condizionatori, che arricchiscono le industrie, alzano le temperature delle città, ma costringono a stare chiusi ermeticamente nelle loro case le persone che li posseggono, freschi si ma in gabbia, per me è pazzesco!
Con Horus (Vincenzo Falco) mantenete l’identità junk ma aprite a una narrativa più radicale. Cosa cambia nella scrittura e nella performance quando la formazione diventa modulare?
Questa primavera c’è stato un grande cambiamento, il vecchio nucleo a quattro si è dimezzato. Una scelta maturata nel tempo che sicuramente a sciolto dei nodi che avevano rallentato di molto le nostre attività.
Io sono sempre stato attivo e dinamico, non ho mai frenato la mia presenza sulla scena, ho anche scritto uno spettacolo, Junk Solo, che mi vede da solo sul palco, nel quale racconto i miei strumenti, le mie storie, le mie canzoni.
Con la band si era creato un rapporto più meccanico, tanti concerti ed impegni lavorativi, però si era affievolito quell’entusiasmo indispensabile per continuare a portare avanti non solo il progetto musicale e professionale ma anche la filosofia che lo permea.
Ho sentito l’esigenza di far ripartire tutto e mi sono trovato in modo del tutto naturale Vincenzo Falco al mio fianco, che comunque è nel gruppo da venti anni.
Stiamo lavorando ai pezzi nuovi, c’è sintonia e tutto quello che stiamo facendo ci sodisfa molto artisticamente.
Nel giro di qualche mese abbiamo già preparato diversi brani che usciranno come singoli a breve distanza l’uno dall’altro, il primo e proprio Bagaria, a settembre ne uscirà un’altro e così di seguito.
Abbiamo anche deciso che, essendo completamente cambiato il sistema musicale, non butteremo nel nulla un LP che costa tanta fatica e denaro ma che ormai oggi ha una vita brevissima. Così faremo tanti singoli, tante pubblicazioni che si concluderanno con l’uscita dell’album nel quale ci saranno almeno tre o quattro brani inediti. Questo darà vita lunga ai brani e più visibilità al disco. L’idea è di stamparlo in vinile che ad oggi è l’unico supporto ad avere mercato.
Per il live abbiamo organizzato un sistema modulare con il nucleo a due che può espandersi con l’aggiunta di altri percussionisti, questo ci da grande elasticità e possibilità di sviluppare progetti diversi soddisfacendo le esigenze dei diversi spettacoli.
Vogliamo coinvolgere le nuove generazioni e portare con noi dei giovani musicisti.
Gestiremo tutto in modo differente rispetto al passato che è una cosa importante per avere sempre nuovi stimoli.
Sottolinei che la parlesia non viene trasformata in “folklore o citazione da museo”. Oggi c’è il rischio che le tradizioni locali vengano spettacolarizzate. Come si fa a riattivare una lingua senza imbalsamarla?
Si hai ragione, il rischio è dietro l’angolo. Ma io parto avvantaggiato perché la parlesia è nel mio dna, è uno slang che utilizzo correntemente da talmente tanto tempo che ne conosco le sfumature e sopratutto lo rendo vivo utilizzandolo in modo corretto ed integrato perfettamente nella mia vita.
Nel mio percorso artistico ho sempre preso la tradizione, antica o più recente, e l’ho utilizzata con rispetto ma senza paura. Ho il desiderio di contaminarla non per manierismo ma perché veramente credo che per come sono fatto, l’unico modo di fare qualcosa di buono parte dal mischiare le carte. La musica progredisce così, nessuno inventa niente ma la contaminazione e la miscelazione di ingredienti diversi in modi personali creano le novità. Se ci pensi anche le note sono solo 12 e pure ci sono infinite musiche ed ancora tantissime ne verranno.
Amo la tradizione, ma so di essere un meticcio e di non essere nato per riprodurla in modo fedele, non ne sarei capace. La mia qualità è quella di armonizzare il caos, come faccio con i rifiuti che trasformo in strumenti, nonostante ami e sappia suonare quelli convenzionali.
Forse è questo che mi salva dal rischio di imbalsamare la parlesia.
Ma credo che, alla fine, dobbiate essere voi a giudicare.
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