Roberto Galanto racconta “Cosa Siamo Noi”: il dolore che resta oltre la fine

(PRIMAMUSIC) “Cosa Siamo Noi” è il nuovo singolo di Roberto Galanto, un brano che affronta la fine di un amore da una prospettiva inedita: non la fine del sentimento, ma la perdita della persona. Una condizione sospesa, in cui ciò che si prova resta intatto ma senza più un luogo in cui esistere.

Tra scrittura evocativa e ricerca sonora, il brano unisce sensibilità cantautorale e apertura a sonorità più contemporanee, costruendo un equilibrio personale e intenso. In questa intervista, Roberto Galanto racconta il significato del pezzo e il percorso che lo ha portato a dargli forma. (PRIMAMUSIC)

“Cosa siamo noi” racconta la fine di un amore senza negarne i sentimenti: quanto è stato difficile tradurre questa complessità in musica?
Tradurre il sentimento in musica non è stato il problema. La musica ha le sue regole, e un musicista impara a usarle per creare certi tipi di atmosfera — armonie, arrangiamento, sonorità. Quello che è stato difficile è trovare un modo per stare dentro i tempi di oggi. Ho più di quarant’anni, e il mio orecchio è formato su un certo tipo di canzone d’autore che oggi non esiste più, o esiste in modo molto diverso. Dovermi confrontare con sonorità più moderne è stata la vera fatica. Non una fatica brutta, però — una fatica che ti mette alla prova.

Nel brano emerge un forte contrasto tra sogno e realtà: quale dei due ti appartiene di più oggi?
La realtà. Purtroppo, direi — anche se forse “purtroppo” non è la parola giusta. La maturità ti toglie qualcosa, ma ti dà concretezza. Oggi guardo le cose per quello che sono. Il sogno lo tengo nella musica, che è il posto giusto per tenerlo.

Le immagini intime che utilizzi sembrano quasi visive: parti prima dalle parole o dalle atmosfere sonore?
Quasi sempre dalle parole. È la parola che mi porta l’immagine, e poi è l’immagine che chiama la musica. Raramente funziona al contrario. C’è qualcosa di molto istintivo in questo — quando trovo una frase che funziona, sento già che tipo di suono vuole intorno.

Quanto c’è di autobiografico in questa storia?
Poco, per fortuna. Anche se devo dire che questo tipo di dolore — la perdita di qualcuno non perché il sentimento finisce, ma perché finisce la persona — è una cosa che mi destabilizzerebbe parecchio. In questa canzone non si parla di una storia che si esaurisce. Si parla di qualcuno che muore. E il sentimento resta lì, intatto, senza nessun posto dove andare.

Hai parlato di un momento molto intenso in studio: cosa ti ha colpito di più di quella registrazione?
La mia voce era sicura. Non me lo aspettavo, perché il brano non è semplice da cantare — le frasi melodiche vanno a finire spesso nel passaggio di registro, che è una zona delicata. Ma quella volta ho usato i colori della mia voce in un modo che non avevo mai fatto prima, o almeno non con questa consapevolezza. È stata una di quelle sessioni in cui senti che stai crescendo mentre stai cantando.

Questa canzone segna davvero una chiusura o lascia ancora spazio a qualcosa di irrisolto?
Segna una chiusura. Non è nata facilmente — ha attraversato un bel po’ di fasi prima di diventare quello che è. Ma adesso quello che dovevo dire è lì, in quei minuti. Non ho lasciato niente fuori. Quando succede così, lo senti.

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