(PRIMAMUSIC) “Vorrei” è il nuovo singolo dei Samar, un brano intimo che nasce da un’assenza reale e si trasforma in racconto universale. Al centro, il legame tra il frontman Fabio e sua nonna, tra ricordi d’infanzia e il difficile confronto con il lutto vissuto a distanza.
La canzone attraversa la nostalgia come spazio ambivalente, capace di consolare ma anche di trattenere, costruendo un dialogo ideale con chi non c’è più. Un pezzo autentico, che non cerca risposte ma restituisce emozioni condivise.
In questa intervista per Prima Music, i Samar raccontano la genesi di “Vorrei” e il ruolo della musica nel dare voce a ciò che resta. (PRIMAMUSIC)
“Vorrei” nasce da un’assenza: quanto è stato difficile trasformare un’esperienza così intima in musica condivisa?
Sicuramente non è stato facile: all’interno delle nostre canzoni non avevamo mai parlato di un qualcosa che toccasse direttamente un membro del gruppo, è stata un’esperienza diversa rispetto al processo di scrittura degli altri brani. Però crediamo che alla fine la musica sia un modo per condividere ed elaborare in maniera collettiva qualunque emozione, compreso il dolore, in questo caso dato da un’assenza: condividere questa storia all’interno del gruppo ci ha permesso di comprenderci meglio e di affrontare il tutto insieme. E dal gruppo, l’esperienza poi è diventata ulteriormente condivisa quando il brano è stato pubblicato: chiunque potrà rivedersi in questa storia, perché per quanto intima, alla fine, racconta del fare a patti con il lutto, un qualcosa che appartiene alla vita di tutti.
Nel brano si percepisce un forte senso di dialogo con chi non c’è più: pensate che la musica possa davvero colmare questa distanza?
La musica, come tante altre cose (odori, sapori, film, sensazioni), ci permette di creare un ponte verso dei ricordi, e il ricordo è quasi sempre tutto ciò che ci resta di qualcuno che non c’è più. Allora la musica può colmare questa distanza e mancanza in chi ascolta, riportando alla mente dei momenti felici e non, che però tengono vivo il ricordo e conseguentemente la persona. Per noi che l’abbiamo scritta invece, si è trattato quasi di un modo per avere un ultimo dialogo con i nostri cari: non si tratta solo di colmare una distanza, ma di riuscire ad andare avanti ed elaborare il lutto attraverso parole nostre.
Quanto c’è di autobiografico e quanto invece di universale nel testo?
Il brano è interamente autobiografico: per quanto sia stato condiviso e influenzato dalle esperienze dei singoli membri, nasce come racconto del rapporto tra Fabio, il frontman, e sua nonna. Lei è venuta a mancare anni fa, e per vari motivi, non fu possibile tornare per il funerale e per stare insieme alla famiglia in un momento così difficile. Nella canzone quindi vengono ripresi momenti di vita vera: il desiderio di stare ancora ad ascoltare per ore le parole della propria nonna, le canzoni per dormire da piccolo, una casa che d’estate diventava un castello silenzioso in cui passare delle giornate che allora sembravano infinite e l’allontanamento con il trasferimento a Milano per studiare; oggi resta la speranza di rivedersi ancora, ma soprattutto, la speranza che tutta la sofferenza terrena, dovuta all’età, al tempo che passa e alla solitudine, possa sparire in “quel luogo sopra il cielo dove un giorno tutti andremo”.
La nostalgia è il filo conduttore del pezzo: per voi è più un peso o una forma di consolazione?
La nostalgia è un sentimento ambivalente, probabilmente è entrambe le cose. E’ una forma di consolazione se si pensa che ci permette di ricordare bei momenti, ci fa sorridere, magari anche piangere. Ma è un qualcosa che rimanda al passato, vivere di ricordi significa non andare avanti, e quindi, come un peso, ti trascina in fondo e non ti permette di proseguire con la vita. Noi, e in particolare Fabio che scrive i testi, siamo estremamente legati alla nostalgia, ma appunto spesso diventa un rifugio, talmente dolce che diventa molto facile voler tornare indietro a quando “tutto andava meglio”. Ma crescere significa anche saper andare oltre.
Se “Vorrei” fosse un’immagine, quale sarebbe?
Decisamente l’immagine di copertina: una sedia vuota, che non potrà più essere riempita in alcun modo.




