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Cecilia Quad e il suono delle immagini: dentro il mondo di “Se fosse un Film”
Con “Se fosse un film”, in uscita il 30 gennaio per Solidea Records, Cecilia Quad firma un progetto coraggioso e fortemente identitario, sospeso tra musica e cinema. Il nuovo EP reimmagina alcuni classici della canzone italiana come se fossero colonne sonore, trasformandoli in paesaggi sonori ampi, cinematici ed emotivamente potenti. Non un’operazione nostalgica, ma una rilettura contemporanea che mette al centro il racconto, le immagini e il silenzio. Ad accompagnare l’uscita del disco arriva anche l’inedito “Inferno”, brano intenso e visionario che affronta temi profondi come fede, perdita e tentazione, confermando la capacità dell’artista di coniugare introspezione e forza evocativa. In questa intervista, Cecilia Quad ci guida dentro il suo immaginario e il processo creativo che ha dato vita a questo lavoro.
Come è nata l’idea di “Se fosse un film” e qual è stata la scintilla iniziale del progetto?
L’idea è nata spontaneamente. Da tempo sentivo che alcune canzoni, pur essendo molto conosciute, avevano dentro un potenziale narrativo enorme, quasi cinematografico. La scintilla è stata chiedermi: e se queste canzoni fossero state scritte per un film? Da lì è partito tutto.
In che modo il cinema ha influenzato il tuo modo di pensare e arrangiare questi brani?
Il cinema mi ha insegnato l’importanza del tempo, del silenzio e della tensione emotiva. Negli arrangiamenti ho pensato più per immagini che per strutture pop: ogni brano doveva diventare una scena, non una canzone da “consumare”.
Qual è stato il momento più complesso nel trasformare canzoni iconiche in vere e proprie colonne sonore?
La parte più difficile è stata avere il coraggio di togliere, di spogliare i brani della loro forma originale senza tradirli. Quando una canzone è così iconica, il rischio è di rimanere prigionieri della memoria collettiva. Ho dovuto fidarmi molto dell’intuizione.
Forse in modo un po’ presuntuoso – e saranno gli autori a poterlo confermare o smentire – ho avuto la sensazione di dare voce, corpo ed espansione a emozioni che erano già presenti nei brani, ma che l’arrangiamento legato al periodo storico musicale aveva in parte lasciato sullo sfondo.
Se questo EP fosse davvero la colonna sonora di un film, che tipo di film sarebbe?
Sarebbe un film introspettivo, emotivo, forse non rassicurante. Un film che parla di identità, memoria e scelte interiori. Più vicino al cinema d’autore che a un racconto lineare.
Passando all’inedito “Inferno”, qual è stata l’immagine o l’emozione da cui è partito il brano?
Inferno è nato da una domanda molto semplice e molto scomoda: dove è Dio quando il male sembra avere la meglio? L’immagine iniziale era quella di un’anima stanca, tentata dall’idea che arrendersi all’oscurità possa essere più facile che continuare a credere.
Quanto c’è di autobiografico nella riflessione su fede, perdita e amore presente nel brano?
C’è tutto. Inferno è completamente autobiografico, perché ho scritto sia il testo che la musica. È una riflessione nata da esperienze reali di perdita, di fede messa in discussione e di amore vissuto come mancanza. Scriverlo è stato un modo per attraversare quelle domande, non per risolverle.
Cosa speri che il pubblico provi ascoltando “Se fosse un film”?
Spero che chi ascolta abbia la sensazione di entrare in un’atmosfera, più che di ascoltare un disco. Vorrei che ognuno potesse immaginare il proprio film, riconoscersi in una scena, in un’emozione, senza bisogno di spiegazioni.
Progetti futuri?
Continuare su questo percorso, approfondendo sempre di più il mio linguaggio epic pop sinfonico. Voglio unire sempre di più questo mondo alla lirica, che è una mia passione forse nascosta, ma nemmeno troppo. Inferno è solo l’inizio di una fase nuova, in cui musica, immagine e racconto diventano sempre più centrali.
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