Una crepa tra quello che diciamo, quello che facciamo e l’idea che abbiamo di noi stessi. “Caro Vecchio Neon” dei Tidal Waves nasce in quello spazio difficile da mettere a fuoco, prendendo in prestito il titolo da un racconto di David Foster Wallace. Pubblicato da Overdub Recordings, il singolo è disponibile sulle piattaforme digitali e in radio dall’11 settembre e anticipa il nuovo album della band.
Non c’è però l’intenzione di trasformare una canzone in una lezione o in una lettura della società contemporanea. Il punto di osservazione rimane personale: il bisogno di essere all’altezza di un’immagine, l’idea del merito, la pretesa di poter avere tutto e, dall’altra parte, la necessità di riconoscersi come parte di qualcosa che non possiamo controllare completamente. Per i Tidal Waves è proprio da questo attrito che nasce la scrittura: non per trovare una risposta definitiva, ma per dare forma, attraverso suoni e parole, a domande che continuano a tornare.
Il titolo arriva da un racconto di David Foster Wallace. Cosa vi ha colpito al punto da trasformarlo nel punto di partenza di una canzone?
La frattura o la crepa psichica che conduce il protagonista del racconto di Wallace al suicidio è la stessa frattura che cerchiamo di intercettare con la nostra musica. È la distanza che corre tra ciò che facciamo e diciamo – la nostra immagine “pubblica” – e ciò che invece crediamo di essere nel profondo di noi stessi. Ma anche il dubbio, dolorosamente perturbante, che le profondità del nostro animo siano in realtà disabitate, vuote, spente. Che questo “dentro”, insomma, non sia nient’altro che il rovescio di un “fuori” che non controlliamo.
Nel brano torna il tema dell’inautenticità, della distanza tra ciò che siamo e ciò che pensiamo di dover essere. Quanto vi riguarda personalmente?
È quello che dicevo prima. Tutto si gioca in questa distanza, dentro alla quale possono nascere suoni, parole, ritmi. La distanza crea un dissidio, una tensione, che può risolversi solo attraverso un atto creativo. È a questo che serve una canzone, qualsiasi canzone: ad affrontare un problema, non tanto per risolverlo, ma per scenderci a patti.
«Come si fa a resistere all’idea di meritare tutto?» è una delle frasi centrali del testo. Da quale riflessione nasce?
“Resistere all’idea di meritare tutto” significa, certamente, smetterla di dare per scontato che tutto ci sia dovuto. Significa però anche il contrario: certe cose non bisogna “meritarsele”. Al contrario, vanno pretese. Il problema è questa idea del merito come qualcosa che si guadagna a fronte di uno sforzo. Quello che cerchiamo di dire, invece, è: niente è mio o tuo, tutto sta in mezzo, e in questo mezzo dobbiamo costruire.
La canzone sembra mettere in discussione anche il bisogno di avere sempre di più. È una critica al modo in cui viviamo oggi?
Sicuramente mette in discussione una certa pretesa individuale, ma si tratta di qualcosa che ha contraddistinto anzitutto il nostro vissuto. Di certo la canzone non vuole essere né un pezzo di critica di costume, né tantomeno si propone di insegnare niente a nessuno.
Arrivare ad accettare di non poter essere “ogni cosa” può essere una liberazione, ma anche una rinuncia difficile. Voi come la vivete?
Rinunciare ad essere ogni cosa significa riconoscere di fare parte di una trama più grande, di cui non possiamo esaurire tutti i risvolti. Questa è forse l’unica idea di libertà con cui possiamo dirci a nostro agio.
Perché avete sentito che proprio “Caro Vecchio Neon” fosse il brano giusto per aprire il percorso verso il nuovo album?
Proprio per tutte le cose che ci siamo detti: le fratture che caratterizzano il brano sono le stesse che ci spingono a prendere in mano gli strumenti. Al contempo, l’ossessività del suo ritmo è la stessa che non fa che riproporre sempre gli stessi quesiti. Il pezzo affronta queste tematiche provando a costruire una specie di soluzione. Ci piaceva l’idea che il disco portasse il titolo di questa piccola battaglia combattuta attraverso suoni e parole, e che questi suoni fossero i primi ad essere ascoltati.

