Primo Piano
Alma Fred racconta la nuova versione di “SOS Cutro”: l’intervista
Alma Fred
Con “SOS Cutro”, pubblicato in una nuova versione completamente rinnovata, Alma Fred torna a dare voce a un progetto musicale che unisce ricerca artistica e impegno civile. Il brano, riproposto con un nuovo arrangiamento e accompagnato da un videoclip inedito, rappresenta un nuovo capitolo del percorso del cantautore, sempre più orientato a raccontare la realtà attraverso la musica. In questa intervista Alma Fred ci accompagna dietro le quinte del progetto, raccontando il percorso che ha portato alla rinascita di SOS Cutro, le scelte artistiche che ne hanno definito la nuova veste e lo sguardo con cui affronta il proprio cammino musicale.
“SOS Cutro” torna oggi in una veste completamente rinnovata. Cosa ti ha spinto a riprendere in mano questo brano dopo oltre due anni dal naufragio?
È stato un insieme di fattori. Innanzitutto, ritenevo che la prima versione del brano non avesse ottenuto i risultati che meritava, soprattutto in relazione al suo contenuto. Credo che questo sia dipeso più dal fatto di essere un artista indipendente e poco conosciuto che dal valore del pezzo o dall’importanza del tema affrontato. Inoltre, in quel periodo il dibattito pubblico era fortemente concentrato sulla guerra, che aveva inevitabilmente monopolizzato l’attenzione mediatica, relegando rapidamente in secondo piano il tragico naufragio avvenuto a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro. Tra il susseguirsi di conflitti internazionali e altri fatti di cronaca nazionale, quella tragedia è stata presto offuscata, se non addirittura dimenticata. Nel frattempo, però, i naufragi di migranti nel Mediterraneo hanno continuato a verificarsi. Con l’avvicinarsi del terzo anniversario della strage di Cutro, ho percepito che l’attenzione mediatica stava tornando su quella vicenda. In quel momento ho sentito che, prima di voltare pagina, fosse giusto fare un ultimo tentativo per riportare l’attenzione su quella tragedia. Da qui è nata l’idea di ripubblicare SOS Cutro in una versione rinnovata, sia dal punto di vista sonoro sia da quello visivo, con l’obiettivo di renderne il messaggio ancora più incisivo e raggiungere un pubblico più ampio. È una vicenda a cui tengo profondamente e ho sentito il dovere di fare tutto il possibile perché non venisse dimenticata.
Hai scelto sonorità indie pop ed elettroniche per raccontare una tragedia così delicata. Come sei arrivato a questo equilibrio tra impatto emotivo e ricerca musicale?
Questa combinazione di sonorità mi ha trasmesso fin da subito la sensazione di poter dare al brano e al suo contenuto sociale e civile la giusta forza emotiva, necessaria per veicolare un messaggio così importante in modo trasversale e renderlo più accessibile grazie a un ritmo incalzante, ma mai banale. È stata anche una scelta che si è rivelata estremamente stimolante dal punto di vista creativo, pur non essendo questo il genere musicale che, storicamente, mi rappresenta di più. Quando percepisco che una soluzione funziona davvero, però, non faccio distinzioni di genere o di stile. L’alchimia tra suoni elettronici e un ritmo quasi ipnotico mi è sembrata il modo più efficace per accompagnare lo storytelling della tragedia. Ho preferito questa strada a sonorità più cupe e lente, che avrebbero inevitabilmente accentuato un’atmosfera quasi liturgica, rischiando però di rendere il messaggio meno coinvolgente e meno capace di raggiungere un pubblico ampio.
Nel videoclip hai deciso di non utilizzare immagini reali del naufragio e di non comparire personalmente. Quanto è stato importante lasciare che fossero la storia e le emozioni a parlare da sole?
Credo che sia stato innanzitutto corretto e sostanzialmente doveroso da parte mia cercare di mantenere il più possibile il focus sulla vicenda in sé. Probabilmente un artista molto noto avrebbe potuto ottenere l’effetto opposto, contribuendo ad amplificare la visibilità del tema. Ma nel mio caso sarebbe stato un elemento di distrazione più che un valore aggiunto. Non si tratta tanto di una scelta etica quanto di una valutazione comunicativa: il modo in cui il pubblico percepisce un contenuto è fondamentale. Per questo ho preferito fare un passo indietro e lasciare che fossero la storia, le immagini e le emozioni a parlare da sole. È stata una scelta meditata, ma per me anche la più coerente con il senso del progetto.
Hai dichiarato di voler lasciare una traccia più che raccontare semplicemente una tragedia. Senti di aver raggiunto questo obiettivo?
Ci sto provando, anzi, ci sto riprovando. Credo che l’intenzione sia quella giusta e spero che il risultato riesca a rimanerle fedele, senza snaturarla. Vicende come questa dovrebbero riguardare tutti, perché non raccontano soltanto una tragedia specifica, ma rappresentano anche il simbolo di tante dinamiche sociali in cui il sistema ha mostrato i propri limiti e i propri fallimenti. Sono convinto che certi progetti si possano realizzare solo quando nascono da un’esigenza autentica. Non so se, nel mio piccolo, riuscirò davvero a lasciare una traccia, ma mi auguro di contribuire a mantenere viva l’attenzione su questo tema, magari stimolando anche chi, per ruolo e visibilità, ha la possibilità di amplificarne il messaggio in modo ancora più incisivo.
Guardando al tuo percorso artistico, senti che la tua esigenza di raccontare temi sociali stia diventando sempre più centrale nella tua musica?
Continuando nell’abuso spregiudicato del verbo sentire, sento che per uscire allo scoperto è stato necessario farlo affrontando questa tipologia di tematiche. I brani che riguardano me e la mia vita non sono ancora pronti per uscire. O forse non lo sono io.
Dopo “Guerra” e “SOS Cutro”, stai già lavorando a nuovi brani? Puoi anticiparci qualcosa sul prossimo progetto?
Sì, sto già lavorando a nuova musica. Il prossimo brano si intitolerà “Grand Hotel Gaza” e potrebbe anche dare il titolo all’intero disco. È un titolo volutamente provocatorio e ironico, che lascia già intuire la tematica affrontata.
