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tuttotace: dietro “A cena” un racconto di affetti, musica e quotidianità

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Con “A cena”, i tuttotace trasformano un gesto semplice e universale in un racconto capace di parlare di relazioni, memoria e condivisione. Il nuovo singolo nasce dall’osservazione della quotidianità, trovando nella normalità la sua forza espressiva e mescolando influenze diverse in un linguaggio sonoro personale, dove convivono suggestioni emo, indie e alternative con naturalezza. Ad accompagnare il brano c’è un videoclip originale che unisce immagini reali e animazione in stop-motion, restituendo la spontaneità di un momento vissuto tra amici. Abbiamo intervistato i tuttotace per approfondire la nascita di “A cena”, il loro modo di costruire la propria identità musicale e il valore che attribuiscono alle piccole esperienze di ogni giorno.

In “A cena” raccontate quanto possa essere importante condividere un momento semplice. Pensate che oggi ci sia ancora bisogno di questi spazi di incontro?
Sicuramente, ma non lo diciamo in forma di appello, è più una costatazione. Non crediamo di vivere in un’epoca dove lo spazio non è condiviso, dove l’affetto non è scambiato attraverso questi momenti e attività semplici. Anzi, crediamo che, nonostante a prima vista possa sembrare così, l’esperienza umana sia invece ancora costruita proprio attorno all’ordinarietà, alla semplicità e all’immediatezza. “A cena” evoca una scena che non ha nulla di straordinario, ma neanche nulla di raro. C’è bisogno di questi spazi, sicuramente, ma si tratta di un bisogno sempre soddisfatto, per cui l’affetto e l’amore non smettono mai di permeare le nostre relazioni.

Il titolo è essenziale ma racchiude molti significati. È arrivato subito o avete valutato anche altre possibilità?
Nessuno dei nostri titoli, va detto, è particolarmente ragionato: spesso e volentieri è deciso di getto e fidandosi dell’istinto o delle impressioni. “A cena” è stato il titolo con cui ci siamo a lungo riferiti al pezzo mentre ci lavoravamo, il famoso “working title”, fino a che, al momento di decidere un titolo definitivo, ci siamo resi conto che era molto appropriato: il contenuto del brano è il piccolo flusso di pensieri innescato da una singola scena. “A cena” non è altro che il nome della scena.

La vostra musica nasce dall’incontro di influenze differenti. Quanto contano gli ascolti di ciascuno di voi nella costruzione del sound dei tuttotace?
Moltissimo, ma questo “miscuglio” di influenze non viene lasciato completamente a ruota libera: piuttosto, ciascuno di noi cerca di armonizzare il proprio sfondo con quello degli altri, l’incastro dei vari elementi è misurato e ragionato fino alla fine. Il risultato che inseguiamo, attraverso questo articolato lavoro, è quello di dare vita a un sound e un genere nuovo rispetto alle nostre provenienze. Un genere, insomma, che rispecchi i tuttotace, non più i singoli membri.

Avete definito questo pezzo quasi un “tormentone estivo” in chiave emo. Quanto c’è di ironia in questa definizione?
Ovviamente è molto ironica, ma ci rende tutto sommato molto contenti l’aver prodotto un pezzo un po’ più “ballereccio”. Ci piace anche, coerentemente con il discorso appena concluso sulle influenze e i generi musicali, che questo sia un brano dove, a voler cercare, si trovano le caratteristiche del tormentone estivo, si trova l’emo, si trova la musica tuareg, si trova il grunge… potremmo andare avanti così un po’. Però, appunto, solo a voler cercare. Ascoltando “A cena” si sente semplicemente un pezzo dei tuttotace.

Il videoclip alterna immagini reali e animazione in stop-motion. Quanto avete partecipato alla costruzione dell’idea insieme al regista?
È stata inizialmente un’idea del regista, Riccardo Baiocco, e della direttrice della fotografia, Sandra Bidoli. Ci è piaciuta subito come proposta, ma ciò che davvero ci ha convinti è stata la realizzazione: il video, infatti, per buona parte non ha avuto un copione, ma è stato realizzato semplicemente fotografando scene e dettagli di una festa organizzata a casa del nostro batterista, a cena, appunto, con i nostri amici. La storia non è stata scritta, è solo emersa dalle foto. In questo senso, la realizzazione in stop-motion attraverso le polaroid è stata perfetta per questo brano, perché ci ha permesso di riportare in video un’esperienza ordinaria, semplice, ma profondamente vera.

Durante la lavorazione del brano avete mai avuto il timore di cambiarlo troppo rispetto all’idea iniziale?
Questa è la costante del lavoro su ogni brano. È normale finire per stravolgere un po’ l’idea iniziale, quando si compone, è anche normale aver paura che questo accada e, talvolta, remare con forza in direzione contraria. È normale anche non raggiungere mai la piena soddisfazione sul risultato, ossessionarsi sulla perfezione è inutile. In definitiva, un pezzo non si finisce mai, piuttosto si abbandona. Il risultato finale è frutto di tutti questi passaggi, di tutta la storia che c’è dietro. Da autori, è bello sentire tutto questo nel lavoro finito; da ascoltatori, è anche bello sapere che alcuni elementi sono stati, per così dire, obliati, lasciati indietro per sempre, e sono presenti solo nella misura in cui hanno lasciato spazio a ciò che è venuto dopo.

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