Sambiglion torna con “Che colpa ho io”, un brano intenso e riflessivo che affronta il rapporto con il passato, il peso delle scelte e il percorso verso una maggiore consapevolezza di sé. Attraverso una scrittura sincera e immagini evocative, il cantautore trasforma esperienze personali in una narrazione capace di parlare a chiunque abbia dovuto fare i conti con rimpianti, dubbi e accettazione. In questa intervista ci racconta la genesi della canzone, il ruolo dei ricordi nella sua scrittura, il significato del videoclip e l’evoluzione del suo percorso artistico.
Quando hai scritto “Che colpa ho io”, stavi cercando risposte o semplicemente un modo per dare voce a un’emozione?
Ci sono brani che scrivi con un lavoro ponderato o almeno con una linea che vuoi seguire. Che colpa ho io si è materializzata nel giro di pochi minuti perché era giunto il momento di tirare fuori quelle cose che avevo da troppi anni lasciato nascoste dentro di me, era ora di vederle e capirle.
Quanto influiscono i ricordi nella tua scrittura?
I ricordi sono delle armi bellissime, i ricordi costruiscono l’immagine, ma soprattutto il ricordo che si ha dei ricordi. Io uso citazioni come fossero ricordi, citare una frase di qualcuno, citare un personaggio spesso significa portare l’ascoltatore su quella dimensione lì.
Nel brano emerge il tema della consapevolezza. È qualcosa che arriva davvero solo con il tempo?
Per quello che concerne la mia esperienza personale, la consapevolezza arriva con dedizione, impegno, amore e molto lavoro su di sé. Ma l’ingrediente segreto è la volontà. Il tempo da solo non può trasformare una persona inconsapevole a consapevole.
Come hai lavorato per mantenere un equilibrio tra racconto personale e dimensione universale?
Questo è un aspetto su cui ho sempre cercato di lavorare molto. Ho sempre cercato di imparare dai grandi maestri. Tra i molti autori che si possono citare, da Conte a Rino Gaetano dove appunto questa dimensione universale rientra perfettamente nella loro carriera vorrei citare Toffee di Vasco Rossi, due immagini sole, due sole frasi, tanto personali quanto universali.
Le chitarre hanno un ruolo centrale nel pezzo. Che importanza hanno per te nella costruzione dell’atmosfera?
La chitarra è il mio strumento sin da quando avevo tredici anni, scrivo con la chitarra, quando non basta l’acustica arriva il supporto di quella elettrica con tutte le infinite possibilità che abbiamo oggi.
Nel videoclip il viaggio diventa una metafora della vita. Quale significato attribuisci al concetto di percorso?
Ho da poco terminato il libro di Gabriele Policardo, “Qual è la tua missione?”, il percorso a volte sembra veramente segnato per ognuno di noi, molte volte si finisce fare un lavoro completamente estraneo al percorso che ci eravamo prefissati. Bisogna stare molto attenti ai segnali che la vita ci manda durante il nostro percorso soprattutto se riguardano i nostri talenti.
Quali aspetti del tuo modo di fare musica senti siano maturati maggiormente negli ultimi anni?
Ho sempre ascoltato molta musica italiana, i miei primi brani erano spesso in rima, giudicavo molto l’estetica dei versi. Ultimamente sto leggendo molti più libri e lavoro nel portare un concetto ad un numero molto limitato di parole, devono essere parole che non fanno perdere forza al concetto. E quindi penso di aver preso una strada che guarda meno al giudizio estetico ma che si sofferma più sulla forza dell’immagine o del concetto.
A livello musicale ho iniziato ad ascoltare ad esempio musica indonesiana, all’ascolto molto difficile ma anch’essa piena di suggestioni, penso che gli stimoli non debbano mai mancare.
Se dovessi descrivere “Che colpa ho io” con una sola parola, quale sceglieresti?
In sanscrito: SWEEKAR (Suikar)
Che significa: accettazione totale e incondizionata della realtà così com’è

