Calanco, “Domenike”: intervista sul nuovo singolo tra fragilità, palco e identità

(PRIMAMUSIC) Con “Domenike”, i CALANCO raccontano il sottile confine tra fragilità e bisogno di apparire forti. Il brano, caratterizzato da un sound teso e diretto, affronta temi come l’insicurezza, l’autoaffermazione e la ricerca della propria identità, intrecciando energia rock e riflessione personale. In questa intervista la band parla della nascita del singolo, del significato del palco, delle proprie radici di provincia e del percorso che porterà all’uscita del primo album “Solchi”, prevista per settembre.

“Domenike” nasce da un contrasto molto forte tra fragilità e arroganza: come avete lavorato su questa dualità durante la scrittura del brano?
è stato proprio durante la scrittura del brano che è nata questa dualità molto forte. Musicalmente abbiamo lavorato molto sui contrasti e anche il brano in sé non ha una struttura canonica “strofa-ritornello-special”. Il ritornello è più disteso come a dare una sensazione di falso equilibrio, nelle strofe invece tutto si spezza: il riff che porta avanti il brano è minimale, ci sono stacchi più secchi, momenti vuoti, tensione. Era fisiologico che anche il testo dovesse riportare la stessa atmosfera. Il testo improvvisato durante la jam session di “domenike” recitava proprio: “Se cado tu lo sai, non mi faccio niente”, un verso forte, arrogante, che è rimasto anche nella versione finale del brano.
Ovviamente però dovevamo inserire questa dualità anche nel testo. “domenike” è venuta fuori proprio da quella strana sensazione per cui quando sei molto fragile finisci anche per tirare fuori arroganza e aggressività come meccanismo di autodifesa. Ci interessava raccontare quel momento in cui ci si costruisce un personaggio più forte e più aggressivo per nascondere qualcosa di molto più instabile.
Anche il tema del palco nasce da lì, è il luogo dove vorresti sentirti invincibile, ma dove allo stesso tempo ogni fragilità viene amplificata. “domenike” per noi parla proprio di questo equilibrio instabile, del tentativo continuo di reggersi in piedi attraverso una maschera per non lasciare trasparire lo sconforto che ci pervade quando cadiamo e quando falliamo, riconducendosi alle porte in faccia prese nel mondo musicale e alla voglia di continuare a provarci ogni volta.

Nel pezzo l’insicurezza sembra trasformarsi continuamente in bisogno di autoaffermazione. Quanto questo tema appartiene anche alla vostra generazione?
Secondo noi è un tema che è sempre appartenuto alle nuove generazioni di ogni epoca. Di certo però con l’arrivo dei social e della possibilità di comunicare e mostrarsi agli altri 24/7 questo bisogno è più evidente e molte volte rischia di diventare l’obiettivo finale perdendo di vista chi si è veramente e cosa si vuole davvero comunicare. Apparire, essere ben voluti da tutti, non sbagliare mai, diventare noi stessi il modello da seguire, sono tutti sentimenti che hanno sempre fatto parte dell’uomo. Anche per quello che ci riguarda, ovvero l’ambito musicale, per andare incontro al “volere dei followers” si rischia di snaturare sé stessi e quello che realmente si vuole dire. Nessuno di noi può sfuggire da questo meccanismo ma esserne consapevoli è come mettere degli argini per indirizzare bene il percorso. Anche noi utilizziamo i social perché sono comunque un mezzo di comunicazione potente e indispensabile oggi giorno, ma cerchiamo di non guardare troppo ai numeri sui social, al numero di “mi piace” o ai commenti lasciati sotto a un post, sebbene come tutti, a volte veniamo tentati e ci mettiamo a fare paragoni, per poi ritrovarci soltanto giù di morale perché sembra che ci sia sempre qualcuno che sta facendo meglio di te.

Il palco viene raccontato come un luogo mentale oltre che fisico. Cosa rappresenta davvero per voi la dimensione live?
Rappresenta di certo la dimensione migliore in cui esprimerci e in cui vogliamo essere riconosciuti. Anche quando andiamo ai concerti di altri artisti da spettatori consideriamo il live come la prova del nove per capire se quel progetto ci piaccia davvero o meno, perché è soltanto in quel contesto che si possono cogliere tutte le sfumature e il mood che l’artista o la band vuole comunicare al pubblico.
Ed è anche per questo che abbiamo costruito il suono del nostro primo disco partendo dalle radici su cui si costruisce qualsiasi band: batteria, basso e chitarra, il classico “power trio” rivisto in chiave moderna. Il nostro obiettivo è quello di far riconoscere il sound che portiamo ai concerti anche nel disco, per poi amplificare le sensazioni provate durante l’ascolto del disco nei live.

Musicalmente il brano ha un’energia molto nervosa e tesa: come avete costruito questo impatto sonoro?
Eravamo in sala prove in una domenica caldissima e tutto è nato dal riff di chitarra iniziale, molto minimale ma con la batteria ha subito funzionato a dovere, da lì abbiamo continuato a suonare quel riff per tanto tempo cercando di capire dove ci avrebbe portato, ma il fatto è che non ci stava portando da nessuna parte, continuavamo a rimanere incastrati nel riff e nel frattempo si stava delineando anche una prima bozza di linea vocale, ma poi come continuare? La prima parte del brano era già molto nervosa e quindi abbiamo deciso di distendere l’atmosfera con accordi lunghi che lasciavano respirare il brano, sebbene la distorsione di chitarra e basso rimanessero molto preponderanti per il suono del pezzo. Poi dopo il ritornello (se così si può chiamare) ci siamo buttati istintivamente in una parte strumentale che non è un assolo, non è uno special, è un momento di sfogo collettivo a cassa dritta in cui si poga e si scuote la testa. Arrivati a quel punto, l’unica cosa che ci sembrava sensata era tornare nuovamente al riff iniziale, un’altra strofa nervosa per poi capire che il brano non aveva più bisogno di nient’altro. Ed è così che abbiamo scritto il brano più breve del disco, un pezzo che non segue la classica struttura dei singoli basata su strofa-ritornello-special ripetuti più volte, ma che esce fuori dagli schemi e riesce comunque a trovare un proprio compimento compositivo e musicale.

Il videoclip attraversa garage, sale prove e spazi quotidiani legati alle vostre origini. Quanto è importante mantenere un legame con quei luoghi?
Per noi questo aspetto è fondamentale, i luoghi da cui siamo partiti sono complici della musica che abbiamo scritto finora, del sound crudo e aggressivo che si è creato e di cui avevamo bisogno.
Abbiamo trascorso tutta la nostra vita in una valle incontaminata dall’uomo se non fosse per qualche manciata di paesini, le “famose” aree interne che si stanno spopolando da decenni. Vivere nell’estrema provincia ti forgia; qui il problema non è scegliere cosa fare da un ventaglio di possibilità ma è inventarsi alternative costruttive. Abbiamo sempre pensato che le persone di provincia nella loro genuinità siano persone che sono in grado di cavarsela più di tanti altri. Il video rappresenta fondamentalmente la gavetta di tante band di provincia come i CALANCO. Suonare in posti improbabili in cambio di un pasto, per cercare di raggiungere più persone possibile. Il nostro sound è stato forgiato da questo, tanti concerti in situazioni precarie con impianti non all’altezza, ed è lì che devi dominare il concerto con l’attitudine. Probabilmente suonare in luoghi chiusi e stretti
come il garage del batterista convertito in sala prove ha creato in noi una necessità viscerale di fare ancora più rumore per farci sentire oltre a quelle quattro mura. Se non avessimo iniziato da lì, sicuramente il nostro stile non avrebbe avuto gli stessi tratti caratteristici.

I CALANCO nascono dall’incontro di esperienze musicali molto diverse. In che modo queste influenze convivono nel vostro sound?
I CALANCO non sarebbero gli stessi senza ognuno di noi tre. Ascoltiamo tanta musica di qualsiasi genere. Il nostro cantante dice sempre che ascolta un sacco di trap, ascoltare tanta musica diversa ci permette di sperimentare tanto. La scelta di “domenike” come primo singolo con la sua struttura che distrugge la forma canzone non è solo una presa di posizione, ma un brano che racchiude tante
sfumature di sound che saranno presenti nel disco. Sicuramente le principali caratteristiche sono la scelta di un una batteria che si impone con potenza su tutto il mix sonoro sfiorando volumi che sono tipici dell’hip hop ma con timbrica molto più scura e che spinge particolarmente sulle frequenze basse. In questo il post-punk inglese che negli ultimi anni ha spopolato in tutto il mondo ci ha sicuramente influenzato, gruppi come Idles, Fontaines D.C. e Ditz hanno portato una boccata d’aria fresca a cui non siamo rimasti indifferenti. Infine la comunicazione tra basso e chitarra è fondamentale, entrambi sono distorti la maggior parte del tempo, e quindi abbiamo cercato di trovare un giusto connubio perché funzionassero bene insieme. Tutto ciò che ascoltiamo inevitabilmente ci influenza mentre costruiamo il nostro suono come CALANCO.

“Solchi” arriverà a settembre: che tipo di viaggio state preparando con il vostro primo disco?
“Solchi” è un viaggio che vuole portare le crepe che contraddistinguono i calanchi nella nostra musica. In questo nostro primo disco convivono spaccature esteriori ed interiori. In questo senso i solchi possono essere i segni lasciati dal tempo sul viso o un evento che ci ha segnato dentro. Tutto questo è rispecchiato nel suono disco, aggressivo, scuro, a tratti cupo ma che lascia spazio anche a momenti di riflessione più intimi. La nostra idea è quella di descrivere gli istinti e i sentimenti primordiali dell’uomo. Una ricerca delle origini delle radici minimali del rock, lasciando che siano solo tre strumenti a parlare: batteria, basso e chitarra. “solchi” rispecchia queste caratteristiche sia a livello sonoro che a livello grafico come a voler essere il manifesto e il compimento di questi ultimi due anni di composizione, sudore in sala prove e tanta voglia di salire sul palco e creare connessioni sempre più vere col pubblico.

  (PRIMAMUSIC)

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