Cosa succede quando la razionalità e la visione strategica di un manager di un’azienda Tech incontrano l’urgenza espressiva e la sensibilità di un cantautore? La risposta sta tutta nella musica di Tommaso Bebi. Dopo aver tenuto chiuso nel cassetto il suo primo album per oltre dieci anni, Tommaso ha trovato il coraggio (e complice la tecnologia, anche il tempo) di rimettersi in gioco, dimostrando che l’età e i ruoli aziendali non sono un limite, ma una straordinaria lente d’ingrandimento sulla realtà.
In occasione del lancio del suo nuovo singolo “Principesse perse” – un brano che unisce cassa dritta, ritmi latini e una lucida critica alla frenesia e al giudizio social delle nostre metropoli – abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui. Ne è uscito il ritratto di un artista lucido e ironico, capace di far convivere i Manowar e Claudio Baglioni, e guidato da un obiettivo chiaro: fare un pop impegnato, accessibile e, soprattutto, credibile.
Nella tua bio emerge questo affascinante contrasto: manager di un’azienda Tech di giorno e cantautore di notte. C’è stato un momento specifico in cui hai capito che il “cassetto” dove avevi rinchiuso il tuo primo album nel 2011 stava diventando troppo stretto e che dovevi tornare alla musica?
Più che un momento specifico, è stata una progressiva presa di coscienza. Il cassetto è rimasto chiuso per oltre dieci anni: il mio primo album, “Solo un’utopia”, registrato nel 2011, l’ho lasciato fermo per moltissimo tempo perché non avevo né il tempo né il coraggio di pubblicarlo. Con la maturità ho capito che non aveva più senso. Ho messo tutto online e quel gesto, apparentemente piccolo, mi ha tolto un peso enorme. Poi c’è stato il “click”, aiutato anche da una ragione tecnologica: l’intelligenza artificiale ha notevolmente ridotto i tempi e i costi di sviluppo di un brano, dandomi possibilità che prima non avevo. Non si tratta di appoggiarsi all’AI senza contenuto, ma di semplificare un processo che prima era lungo e oneroso. Diciamo che il mix è stato: “se non ora, quando?” e “perché no?”, con un pizzico di tecnologia che ha reso possibile ciò che prima non lo era. E che poi, alla fine, non è distante da quello che faccio quotidianamente anche come manager.
Il tuo nuovo singolo “Principesse perse” viene definito un inno alla resilienza urbana. Da dove è nata l’idea di fotografare questa società frenetica, sospesa tra il desiderio di realizzazione e la cruda realtà quotidiana?
L’idea nasce dalla mia stessa vita. Da tanti anni vivo le grandi città italiane — Roma, Milano, Bologna — e la vita di città mi accompagna ogni giorno. Osservo le persone che corrono, che si giudicano, che si perdono nei social senza riuscire a trovare un senso. Volevo tenere insieme gli opposti: una musica positiva e ballabile che contenesse però una critica sociale vera. I social hanno esacerbato un clima di giudizio e divisione, contribuendo a costruire una società in cui è sempre più difficile essere “felici”. Ho usato “city” non come un anglicismo qualsiasi, ma per dare l’idea di quella metropoli universale dove tutti corriamo, accostandola di proposito a parole desuete come “ori” e “vesti”: il contrasto del linguaggio è lo stesso che vivono le persone. E in questa corsa, “Principesse Perse” è l’invito a non smarrire la propria nobiltà d’animo, anche quando intorno tutto sembra spingerti a farlo.
Con “Principesse perse” hai dichiarato di voler creare qualcosa di memorabile senza cadere nei soliti cliché estivi del “sole, cuore, amore”, unendo ritmi latini e house a una forte critica sociale. Quanto è difficile oggi proporre un pop impegnato e credibile?
Difficilissimo, e lo dico per esperienza diretta. Durante la scrittura ho dovuto lottare con me stesso: mi sono autocensurato in alcuni passaggi che erano troppo criptici, semplificando dei versi perché volevo che la canzone fosse “potabile”. La memorabilità è la vera cassa di risonanza per il messaggio: se non te la ricordi, qualsiasi cosa tu volessi dire si perde per strada. Accetto di piegarmi alle logiche radiofoniche e algoritmiche nella struttura del brano, ma non rinuncio a veicolare un messaggio che dica qualcosa di più, anche in un brano leggero e “ballabile”. Qualcuno potrà pensare che un pop così impegnato non possa funzionare, ma io sono testardo e ho voluto provarci lo stesso. Comunque andrà, sarò rimasto fedele a me stesso.
La tua sperimentazione musicale è decisamente curiosa: si va dal metal dei Manowar al funk, fino al grande cantautorato italiano. In che modo influenze così apparentemente distanti convivono nella tua evoluzione artistica?
Convivono perché in realtà non sono così distanti come sembrano. Gli accordi del metal sono gli stessi del funk. Le note della house sono le stesse dei ritmi latini. È una cosa che ho sempre pensato e che torna anche nel messaggio di “Principesse Perse”: esasperiamo le diversità e ci dimentichiamo di ciò che ci accomuna. In fondo Eric Adams dei Manowar ha cantato “Nessun Dorma” di Puccini nell’album “Warriors of the World”: se quella contaminazione era possibile per loro, perché non dovrebbe esserlo per me? La vera costante, in tutto quello che scrivo, resta il cantautorato italiano: l’attenzione al testo, il messaggio dietro alla narrazione. Il resto — metal, funk, house, ritmi latini — è il vestito che ogni volta scelgo di indossare, a seconda di cosa la canzone mi chiede.
In un mercato musicale spesso ossessionato dalla giovinezza a tutti i costi, con il brano “37 e mezzo” hai celebrato l’età come uno stato febbrile di presa di coscienza e ribellione. Che tipo di riscontro hai avuto dal pubblico che si rivede in questo messaggio?
Il riscontro più bello è stato sentirmi dire: “hai toccato corde che ho sentito mie”. Quando qualcuno ti dice una cosa così, capisci che la “profondità accessibile” non è soltanto un obiettivo, ma qualcosa che puoi davvero raggiungere. “37 e mezzo” è un brano lungo, complesso, tutt’altro che “facile”, eppure chi lo ha ascoltato si è lasciato attraversare. Mi sono accorto che la crisi di mezza età, quel “delirio lucido” che racconto, non è solo mia: tantissime persone si sono ritrovate in quella ribellione contro gli schemi quotidiani e contro le maschere sociali. È un brano che parla a chi si sente intrappolato e invita a riprendere in mano le proprie passioni. E considerando che mi avvicino pericolosamente ai 39, posso dire che i deliri stanno decisamente aumentando.
Unisci l’anima del cantautore alle capacità organizzative del manager, coordinando un team importante (come Red&Blue e il regista Niccolò Lorini). Con questa solida struttura alle spalle, quali sono i tuoi prossimi obiettivi? Il sogno di Sanremo o del disco d’oro è sempre nel mirino?
Il cantautore si affida alle capacità organizzative del manager: è questa la sintesi di come funziona la mia testa. Ho costruito un team professionale perché il mio “io manager” sa perfettamente che è la squadra a permetterti di crescere e trovare soddisfazione. Niccolò Lorini, fresco del successo de “Il Dono” su RaiPlay, ha portato uno sguardo visivo che ha arricchito enormemente il progetto, e il team di Red&Blue è entrato in campo per la promozione con risultati che già si vedono — Principesse Perse è stata 59° in classifica dei brani indipendenti più trasmessi dalle radio nella prima settimana. Detto questo: chi non vorrebbe andare a Sanremo? E chi non vorrebbe un disco d’oro? Sono sogni che teniamo accesi, e per me sono gli stimoli più forti che possiamo avere nella vita. Però il prossimo obiettivo, quello più concreto, è riuscire a finanziare la mia musica in modo autonomo e costante. Un passo alla volta, un sogno alla volta. E se volete accelerare il processo: ascoltate, riascoltate e spammate Principesse Perse!




