Primo Piano
Alice Crepaldi racconta “Mama, I’m Ready for This World”
Alice Crepaldi
Alice Crepaldi torna con “Mama, I’m Ready for This World”, il nuovo singolo uscito lo scorso aprile: un brano art-pop/alt-pop dal respiro etereo e cinematografico, costruito come un crescendo emotivo tra immagini sensoriali, stratificazioni vocali e atmosfere sospese. Cantautrice e artista visiva, Alice sviluppa una ricerca che intreccia musica, immaginario e materia, dando vita a un linguaggio sonoro intimo e immersivo, in equilibrio tra elementi organici e digitali. In occasione dell’uscita del singolo, l’abbiamo intervistata per approfondire la nascita del progetto, il lavoro sul suono e il rapporto tra scrittura, immagini ed esperienza emotiva.
“Mama, I’m Ready for This World” si sviluppa come un crescendo emotivo molto preciso, da una dimensione intima a un’apertura corale: come hai costruito questo movimento senza perdere delicatezza lungo il percorso?
Non sono sicura di poter dire di aver costruito questo movimento in modo del tutto consapevole: è stato il brano stesso, con il suo significato, a guidarmi. Mentre lo scrivevo ho seguito soprattutto l’istinto. Credo che tutto derivi dall’idea iniziale di questo dialogo tra una madre e il suo bambino, che mi ha portato naturalmente verso una dimensione molto dolce. Anche la struttura del brano nasce da lì: il ritornello, con la sua ripetizione sempre più insistente, riflette proprio l’urgenza delle domande, mentre le strofe sono più intime, quasi delle affermazioni. In fondo raccontiamo qualcosa che è ancora in una fase primordiale, che appartiene più all’universo che alla realtà concreta. Volevo restituire quella sensazione di creazione, di trasformazione, e quel desiderio di conoscere il mondo che nasce all’interno di questo dialogo — tra qualcosa che sta nascendo e qualcosa che lo accoglie. Sono domande semplici, quasi ingenue, ma molto urgenti: esprimono un bisogno profondo di scoperta, e sono domande a cui può rispondere solo l’esperienza. Per questo non ho sentito il bisogno di “dimostrare” qualcosa tecnicamente, anzi: l’intenzione è stata opposta. Ho voluto mantenere un’intimità costante e farla crescere insieme al brano. Poi sì, nel finale arrivano momenti più pieni, ma perché la musica stessa lo richiede, perché cresce in modo naturale
Il brano immagina un dialogo tra una madre e un bambino prima della nascita, ma riesce a parlare a un livello più ampio: quando hai capito che quella storia poteva diventare qualcosa di universale?
Mentre lo scrivevo e la musica prendeva sempre più forma, ha iniziato a trasmettermi una sensazione fortissima di gioia, soprattutto nella parte finale. C’è proprio un crescendo emotivo, una corsa verso la vita, e lì è come se tutto si aprisse. In quel momento ho sentito che non stavo più raccontando solo una nascita in senso letterale, ma qualcosa di più grande: una vera e propria celebrazione della vita e più nello specifico il fatto che possiamo scegliere di rinascere continuamente, in qualsiasi momento. Possiamo continuare a farci domande, a cercare risposte nuove, con gli occhi di un bambino che scopre tutto per la prima volta. Penso sia importante cercare di lottare per non perdere quell’entusiasmo. Per esempio, nel testo c’è una domanda come “what is the scent of love?”. È una domanda molto semplice, ma la risposta cambia continuamente: per un bambino potrebbe essere il profumo della madre, per un adulto può essere legata a un ricordo, a una persona, a una fase della vita. Lo stesso vale per altre immagini del brano, come “what is the taste of time”: sono tutte domande le cui risposte si costruiscono attraverso l’esperienza e si trasformano con noi. E forse il punto è proprio questo: non tanto trovare una risposta definitiva, ma ricordarsi di continuare a farsi quelle domande. Perché ogni fase della vita porta con sé un senso, una bellezza diversa — e sta a noi viverla con curiosità, senza paura.
C’è una forte componente sensoriale nel modo in cui scrivi, quasi visiva: mentre lavoravi a questo brano, partivi più da immagini, suoni o parole?
In realtà non c’è stata una sola direzione di partenza. Sicuramente è nato tutto da un arpeggio – un arpeggio sospeso (quello dell’intro) – che mi dava l’idea di qualcosa di concentrico, che si crea man mano. Però quella sensazione sonora è arrivata da un’immagine molto precisa: avevo appena visto un’ecografia, e mi aveva colpito proprio quel “non capire fino in fondo cosa si sta guardando”, quella dimensione sospesa, quasi indefinita dove non si “è” ancora. Quindi sì, in un certo senso è partita da un’immagine che ha generato un suono, e quel suono ha poi guidato la ricerca delle parole. Le parole, a loro volta, cercavano di restituire immagini sempre più concrete, e da lì si è sviluppata la prima parte del brano, la strofa, e poi, gradualmente, anche il ritornello. Devo dire, sono stata un po’“cervellotica” nella scelta delle parole. Ogni immagine e la loro successione fanno riferimento allo sviluppo dei sensi del bambino, quindi gusto, olfatto, tatto, vista e udito ma anche, in senso più simbolico, alla formazione di un’anima, di una memoria, quasi alle radici del mondo .Detto questo, non è mai stato un processo lineare. Mentre cercavo le parole giuste, la musica continuava a evolversi e a rafforzare quella sensazione di “vita” che cresce. È stato tutto molto parallelo: suono, immagini e linguaggio si sono influenzati continuamente.
Il sound unisce elementi organici e digitali in modo molto fluido: quanto è stato importante il lavoro di produzione per mantenere questo equilibrio senza che una dimensione prevalesse sull’altra?
La fluidità e la ciclicità sono centrali in questo brano, erano elementi a cui tenevo moltissimo e che il mio produttore Daniele Zanotti ha colto immediatamente. Quando ci siamo trovati per il primo ascolto è stato un momento davvero magico: la produzione è venuta in modo molto naturale, perché eravamo già allineati sulla stessa visione. Il brano ha una struttura particolare, sia negli accordi — che sono molto aperti e armonicamente ricchi — sia nella linea vocale delle strofe, mentre il ritornello è più diretto. Il suo lavoro di produzione è stato proprio quello di valorizzare questi contrasti senza appesantirli. L’idea di partenza era creare qualcosa di etereo, quasi “nordico” come atmosfera. Per questo i synth sono diventati centrali: loop ipnotici, riverberi molto presenti, e una grande attenzione alle armonie e a come si incastrano tra loro. Allo stesso tempo, tutti gli elementi più organici — batteria, basso, chitarre — sono stati trattati in modo molto essenziale, quasi funzionale. Non dovevano aggiungere complessità, ma portare un feeling umano, diretto, con una sensibilità più vicina al pop. In un certo senso, abbiamo costruito il brano su un equilibrio tra complessità e semplicità: da una parte le armonie, i synth, il vocoder, che creano quella dimensione più digitale — quasi a richiamare l’immaginario dell’ecografia — e dall’altra una base più minimale, che lascia respirare tutto il resto. Credo che il punto sia stato proprio questo: non far parlare tutti gli elementi allo stesso modo. C’è un synth molto presente, ma una batteria essenziale, un basso lineare, e anche degli stacchi dinamici che aiutano a dare respiro. In questo modo tutto riesce a coesistere senza perdere il focus, e ogni elemento trova il suo spazio.
Nel testo emerge l’idea di “fluttuare nell’ignoto” come qualcosa di positivo: è un messaggio che senti vicino anche nella tua esperienza personale oggi?
Direi proprio di si… la dimensione più “embrionale” del brano — quella sensazione di fluttuare e fluire nell’ignoto, non riguarda solo la nascita in senso letterale. È una condizione che attraversiamo tante volte: quando iniziamo qualcosa di nuovo, un lavoro, una relazione, una fase diversa della nostra vita. Forse a volte l’unica cosa che dimentichiamo è di viverla davvero, quella fase, perchè ci preoccupiamo del risultato, del fallimento, di cosa ci sarà dopo e così via. Invece quel fluttuare nell’ignoto può essere anche qualcosa di molto positivo: è lo spazio delle possibilità. Se fosse tutto già scritto, perderebbe senso il viaggio. In fondo, le domande che attraversano il brano — su com’è il mondo, su cosa ci aspetta — non smettono mai di esistere. Rimangono con noi, in ogni fase della vita. Sta a noi restare aperti abbastanza da continuare ad ascoltarle e a dare nuove risposte e non aver paura di riscriverle da capo…
Dal vivo hai portato il brano in formazione full band: come cambia, secondo te, l’impatto emotivo di questo pezzo quando viene condiviso con il pubblico rispetto all’ascolto più intimo?
Bisognerebbe chiederlo davvero a chi era lì ad ascoltare 🙂 Mi sembrava ci fosse una bella emozione ma non vorrei peccare di ubris ahah. Sicuramente cambia l’impatto, anche perché sul palco cambia il mio modo di viverlo. Io stessa mi emoziono mentre lo canto, e magari questo porta anche a qualche piccola imprecisione, ma è un’imprecisione dettata dall’emotività, e secondo me è qualcosa di bello, di autentico da percepire. Poi c’è proprio una questione fisica: dal vivo hai il suono “addosso”, lo senti in maniera diretta. E quando arriva l’exploit finale, quell’energia ti travolge. Penso che siano due esperienze diverse. L’ascolto intimo, da soli, nel momento giusto, può essere potentissimo — a volte anche più di un live, perché ti colpisce in modo molto personale. Quindi credo che non ci sia una risposta unica: dipende molto da chi ascolta e da come incontra quel brano in quel preciso momento.
