Primo Piano
Intervista- Zak presenta “Lo spazio infinito per me”: viaggio tra sublime e realtà
C’è uno spazio che non si misura in coordinate né si esplora con strumenti scientifici, ma che prende forma nello sguardo e nell’interiorità. Con “Lo spazio infinito per me”, Zak costruisce un racconto sonoro che affonda le radici nella filosofia e nell’immaginario, intrecciando suggestioni intime e visioni cosmiche. Tra il pensiero del Sublime e l’influenza del cinema di fantascienza, il cantautore gardesano dà vita a un viaggio sospeso tra attrazione e smarrimento, dove l’ignoto diventa motore creativo e specchio delle emozioni più profonde. In questa intervista ci accompagna dentro il suo universo, tra riflessioni personali, metafore potenti e la ricerca di un senso nel continuo atto del partire.
Come nasce l’idea di “Lo spazio infinito per me” e cosa rappresenta per te questo titolo?
Dal mio punto di vista esiste uno spazio della scienza e degli scienziati e esiste uno spazio filosofico, nel mio caso, il titolo tra ispirazione dal secondo. Sono un grande fan di Kant e da sempre mi ritrovo nella frase “il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me”. Dal primo momento in cui ho cominciato a scrive questo disco, più volte uscendo dallo studio alzavo la testa verso il cielo accorgendomi che ero entrato in studio di giorno per poi uscirne di notte, stavo scrivendo qualcosa con il mio punto di vista ed è per questo motivo che nei miei pensieri si è insinuato il concetto che pur condividendo o provando a condividere la mia soggettività lo stavo facendo dal mio punto di vista.
In che modo il concetto di “spazio” nel disco si differenzia da quello scientifico o cinematografico?
Il concetto si differenzia per quanto concerne la parte sognante. Lo spazio è un luogo inabitabile per l’uomo dal punto di vista fisico e scientifico, ma dal punto di vista cinematografico l’uomo ne diventa navigante e scopritore. Il cinema ha avuto e ha un ruolo importantissimo nella mia quotidianità ma anche nella mia formazione. Amo la fantascienza e amo l’immaginario e nei film tutto ciò diventa dal mio punto di vista, magia.
Quanto ha influito la filosofia, come il pensiero sul Sublime, nella scrittura dell’album?
Nelle nostre battaglie siamo un po’ tutti “viandanti sul mare di nuvole”. Quest’opera è la sintesi perfetta del sublime, un qualcosa di così meraviglioso da incuterci quasi paura. Credo fermamente che siamo tutti in equilibrio su quel filo di brivido che ci fa sentire vivi. I nostri mostri, i nostri limiti ne sono un esempio concreto. Siamo costantemente alla ricerca di qualcosa quasi intangibile e inafferrabile, ma la cosa più bella è la ricerca nel viaggio, in tutto questo, la scrittura del disco si è cibata di questa necessità.
Il disco sembra muoversi tra attrazione e paura dell’ignoto: è un dualismo che vivi anche personalmente?
Assolutamente si, questo dualismo tra attrazione e paura dell’ignoto è la tensione fondamentale che tiene in vita ogni processo creativo e, ancor di più, ogni legame profondo. È quel crinale sottile dove la curiosità ci spinge in avanti, mentre l’istinto di conservazione ci sussurra di restare dove siamo. Ecco come questa dinamica si riflette nel vissuto, specialmente quando si parla di amore e arte. L’ignoto è una calamita. Siamo attratti da ciò che non conosciamo perché contiene la promessa di una versione migliore di noi stessi o di un’emozione mai provata. In amore, è il brivido dell’inizio, dove l’altro è un continente tutto da esplorare. A livello personale, vivere questo dualismo significa abitare costantemente una zona di confine. Personalmente, credo che la paura dell’ignoto sia spesso la paura di ciò che potremmo scoprire su noi stessi una volta che le difese cadono. L’attrazione verso l’altro è lo strumento che cerco di usare per forzare quella serratura.
Hai parlato di viaggio senza destinazione: cosa significa per te “partire” oggi, anche a livello artistico?
Oggi siamo ossessionati dall’efficienza e dal risultato finale (il “post” perfetto, l’opera finita). Partire senza meta significa rivendicare il valore della deriva. A livello artistico, è l’atto di iniziare a creare senza sapere dove si andrà a parare, lasciando che sia il mezzo stesso a guidare la mente. Se sai già dove stai andando, vedrai solo ciò che ti aspetti di vedere. Partire senza destinazione apre le porte alla ricerca. In arte, i “fallimenti” o gli errori durante il percorso diventano spesso gli elementi più preziosi dell’opera finale. A livello artistico, per me, questo si traduce nel generare connessioni tra concetti distanti che non hanno una meta logica predefinita, ma che creano un senso nuovo proprio perché sono impreviste.
“Come se fossi qui” usa la caduta del Muro di Berlino come metafora: come è nata questa immagine?
Ognuno di noi costruisce “muri” fatti di orgoglio, paure passate e cinismo per proteggere il proprio cuore. La metafora del 1989 suggerisce che, in amore, non c’è un abbattimento graduale, ma un momento di rottura epocale. È quella scintilla o quel gesto che rende improvvisamente inutile ogni barriera, trasformando il “mio” e il “tuo” in un territorio finalmente condiviso o nel caso di “Come se fossi qui” infinitamente devastante. Per decenni, il Muro di Berlino è sembrato eterno, una cicatrice definitiva. Usarlo come metafora amorosa significa dire che nessuna distanza è incolmabile o che ogni divisione imposta ha una durata temporale. Ho cercato con questa imagine ripensando alla storia collettiva, di trovare un senso al non senso di un sentimento privato.
C’è una traccia del disco a cui ti senti particolarmente legato e perché?
In realtà sono legato a tutti i brani perché ognuno ha la sua storia, ma se dovessi sceglierne uno in particolare, sceglierei “Lo spazio infinito per me”. Questo brano rappresenta per me l’accettazione. Accettare che non è vero che tutti siamo utili e nessuno è indispensabile, certi vuoti rimangono e l’unica soluzione è renderli tuoi al fine di colmare quel vuoto. Credo che anche il vuoto delle assenze possano essere riempite e l’unico modo per poterlo fare è comprendere e stringersi razionalmente a quello che c’è. In altre parole: “sei lo spazio infinito per me, qualcosa da proteggere”. Questo è il motivo per cui sono legato così tanto a questa canzone.
Se dovessi riassumere l’album in una sola immagine, quale sarebbe?
Sicuramente la cover dell’album. Ho cercato con la copertina del disco di dare un immaginario al disco stesso. Il primo piano dell’essere astronauta perduto nell’infinito, spero questa cosa sia stata recepita.
