(PRIMAMUSIC) Nato in un momento di silenzio e introspezione, “Acqua Ossigenata” è il nuovo singolo di Rey che racconta la fragilità emotiva attraverso immagini forti e un sound sospeso tra bedroom pop e suggestioni anni ’80.
Più che una semplice storia d’amore, il brano esplora uno stato d’animo instabile e universale, trasformando l’esperienza personale in un racconto condivisibile. In questa intervista per Prima Music, Rey ripercorre la nascita del pezzo e il suo modo di vivere la musica come spazio autentico di connessione. (PRIMAMUSIC)
Hai raccontato che il brano è nato in un mercoledì sera qualunque: quanto sono importanti per te quei momenti di silenzio creativo?
I momenti di silenzio creativo per me sono fondamentali. È proprio lì che succede tutto, anche quando sembra che non stia succedendo niente. Quel mercoledì sera qualunque è stato uno di quei momenti in cui abbassi un attimo il rumore intorno e inizi ad ascoltare davvero quello che hai dentro. Senza quella pausa, senza quello spazio vuoto, difficilmente riuscirei a scrivere in modo così sincero.
“Acqua Ossigenata” sembra parlare di amore ma anche di fragilità personale: è una canzone su una relazione o su uno stato d’animo?
“Acqua Ossigenata” nasce da una relazione, ma in realtà parla molto di più di uno stato d’animo. La relazione è il contesto, il punto di partenza, ma quello che mi interessava davvero raccontare era quella sensazione di fragilità, di instabilità emotiva che ti porti dietro anche al di fuori dell’altra persona. È una canzone che si muove su entrambi i livelli, senza separarli davvero.
Nel tuo progetto convivono bedroom pop e synth anni ’80: come lavori per far dialogare queste due dimensioni sonore?
Il dialogo tra bedroom pop e sonorità anni ’80 è qualcosa che costruisco per stratificazione. Parto spesso da elementi molto intimi, quasi grezzi, come una voce o un pianoforte, e poi ci costruisco intorno un ambiente più ampio, fatto di synth, riverberi, dettagli che danno profondità. L’obiettivo è mantenere quella vicinanza emotiva tipica del bedroom pop, ma inserirla in un contesto sonoro più cinematografico.
Collabori con Alessandro Fava e il team Cosmophonix: cosa aggiungono al tuo processo creativo?
Lavorare con Alessandro Fava e con il team Cosmophonix significa avere un confronto costante. Portano uno sguardo esterno che per me è fondamentale, perché mi aiuta a vedere cose che da solo non noterei. Non si tratta solo di produzione o arrangiamento, ma proprio di visione: capire dove può andare un brano, come svilupparlo senza perdere la sua identità.
Guardando ai prossimi tre anni, quale sarebbe il traguardo che ti farebbe dire: “ce l’ho fatta”?
Guardando ai prossimi tre anni, non credo esista un traguardo preciso che mi farebbe dire davvero “ce l’ho fatta”. Ho sempre visto questo percorso come qualcosa in continua evoluzione, senza un punto di arrivo definitivo. Però ci sono sicuramente cose che mi renderebbero entusiasta: riuscire a portare la mia musica dal vivo in modo stabile, davanti a persone che conoscono davvero i miei brani e li sentono propri. Più che una questione di numeri, è una questione di connessione reale. Sapere che quello che scrivo arriva, resta e viene condiviso.




