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Marco Sciorio racconta il viaggio interiore di “Mi siederò qui”

(PRIMAMUSIC) Con il nuovo singolo “Mi siederò qui”, Marco Sciorio trasforma l’idea del viaggio in una riflessione intima sul cambiamento personale. Il brano non parla tanto di distanze geografiche quanto di trasformazioni interiori: quel momento sospeso in cui, tornando da un’esperienza lontana, ci si accorge che qualcosa dentro di sé è cambiato.

Attraverso una scrittura sensibile e contemplativa, l’artista esplora il rapporto tra movimento e identità, tra radici e desiderio di altrove. Viaggiare, nel suo racconto, diventa un modo per mettere in discussione ciò che si è stati fino a quel momento, aprendo lo sguardo a nuove possibilità e a molteplici versioni di sé.

In questa intervista Marco Sciorio racconta come nasce “Mi siederò qui”, riflettendo sul senso di estraneità che a volte accompagna il ritorno a casa, sull’influenza dei viaggi nella sua scrittura musicale e sul legame profondo con la propria terra d’origine, evocata come un’eco lontana ma sempre riconoscibile. (PRIMAMUSIC)

In “Mi siederò qui” il viaggio sembra essere più interiore che geografico: da dove nasce questa dimensione narrativa?
Nasce dal fatto che per me il viaggio non è mai stato solo spostarsi fisicamente da un posto all’altro. Ogni volta che parto succede qualcosa dentro, cambia il modo in cui guardo le cose, cambia il modo in cui mi guardo. “Mi siederò qui” racconta proprio questo: quel momento in cui torni e ti accorgi che qualcosa in te non è più lo stesso. Il viaggio allora diventa uno spazio mentale, un luogo in cui metti in discussione quello che sei stato fino a quel momento. Scrivere il brano è stato come fermarmi a osservare quel cambiamento.

Hai raccontato di esserti sentito estraneo tornando dai tuoi viaggi: cosa cambia nello sguardo quando si torna a casa?
Cambia il modo in cui percepisci tutto. Le stesse strade, le stesse persone, gli stessi gesti quotidiani sembrano quasi appartenere a un’altra vita. Quando torni hai negli occhi immagini diverse, hai visto altri modi di vivere, e improvvisamente la tua realtà sembra più piccola, quasi come se fosse una bolla. Non è necessariamente una cosa negativa, ma è un momento molto forte perché ti accorgi che il tuo rapporto con quel posto sta cambiando.

Il brano parla anche della libertà di “vivere mille vite”: quanto il viaggio ha influenzato il tuo modo di scrivere musica?
Tantissimo. Viaggiare ti mette davanti a possibilità che prima non immaginavi. Ascolti suoni diversi, vedi persone che vivono in modo completamente differente e capisci che esistono molti modi di stare al mondo. Questa sensazione entra inevitabilmente nella scrittura. Nei miei brani cerco spesso di raccontare proprio quella tensione tra quello che sei e tutte le versioni di te che potresti diventare.

Pensi che allontanarsi sia un passaggio necessario per costruire la propria identità?
Non so se sia necessario per tutti, ma per molte persone sì. Allontanarsi ti permette di guardare la tua vita da una distanza diversa. Quando sei sempre nello stesso posto è facile pensare che quella sia l’unica realtà possibile. Andare via, anche solo per un periodo, ti fa capire che il mondo è molto più grande di quanto immaginavi. E quando torni, in qualche modo non torni mai esattamente lo stesso.

Se dovessi descrivere la tua terra natale con una sola immagine sonora, quale sarebbe?
Probabilmente un suono lontano, qualcosa che arriva da molto distante. Come un eco che senti mentre sei fermo in un posto silenzioso. Non è un suono chiaro, è qualcosa di un po’ malinconico ma anche familiare. È quella sensazione che ti ricorda da dove vieni, anche quando senti il bisogno di andare altrove.

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