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“De par en par” dei Sinedades: l’album che unisce cantautorato italiano e saudade brasiliana

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Se la musica avesse una geografia, quella dei Sinedades sarebbe un arcipelago sospeso tra le coste della Toscana e le spiagge di Rio de Janeiro, con una deviazione verso le alture andine. De par en par è un’opera che abbatte le frontiere, non solo linguistiche ma culturali. Il dialogo tra l’Europa e il Sudamerica non è qui un mero esercizio di stile o una ricerca di “world music” esotica, ma una sintesi organica frutto di un decennio di vita vissuta. Il cuore pulsante di questo ponte transatlantico è la capacità del duo di far convivere la tradizione cantautorale italiana con la sofisticata saudade brasiliana.

Il culmine di questa operazione culturale è la collaborazione con Zé Ibarra nella reinterpretazione di “Michelangelo Antonioni” di Caetano Veloso. Non è un caso che abbiano scelto un brano che omaggia un regista italiano: il cerchio si chiude perfettamente. La voce di Ibarra si intreccia con quella di Erika in una danza che sembra ignorare l’esistenza dell’Oceano Atlantico. Ma il disco ospita anche altre eccellenze della nuova scena lusofona, come Magalí Datzira e Leo Middea, artisti che condividono con i Sinedades la stessa urgenza di un pop acustico, colto ma accessibile.

Anche quando decidono di tradurre brani iconici, come “Do a do” di Dora Morelenbaum (diventata nell’album una versione italiana di squisita fattura), lo fanno con un rispetto filologico che non scade mai nel calco. C’è un’appropriazione emotiva della materia sonora. Questo disco ci insegna che l’identità non è un monolite, ma un processo in divenire. I Sinedades sono cittadini del mondo che usano la musica per mappare territori comuni. In un periodo di muri e chiusure, De par en par ci ricorda che la ricchezza nasce sempre dall’incontro, dalla contaminazione e dalla capacità di guardare l’altro “de par en par”, ovvero con gli occhi e il cuore completamente aperti.

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