Zak presenta il nuovo singolo “Piombo”

(PRIMAMUSIC) C’è un momento, nel percorso di ogni artista, in cui la scrittura smette di essere solo espressione personale e diventa riflesso del tempo che si sta vivendo. “Piombo” nasce esattamente in quel punto di confine: tra introspezione e realtà, tra amore e tensione sociopolitica, tra fragilità e consapevolezza. Scritto sulle rive del Lago di Garda, il brano prende forma in un periodo storico percepito come distopico, dove l’instabilità globale si insinua nelle vite private e nei sentimenti più intimi.

Con atmosfere che richiamano la new wave e le ombre luminose di dischi iconici come Disintegration dei The Cure e Ultra dei Depeche Mode, “Piombo” si muove tra suoni scuri e parole che cercano luce. È una canzone che parla d’amore, ma con una tensione politica sotterranea, dove il dolore si trasforma in coscienza e l’immagine — potente quanto la musica — diventa parte integrante della narrazione.

In questa intervista, l’artista ci accompagna dentro la genesi del brano, raccontando influenze, visioni e il desiderio profondo di creare connessioni autentiche in un’epoca in cui tutto sembra scorrere troppo in fretta.

Come nasce “Piombo” e in che momento del tuo percorso artistico prende forma?

Piombo nasce tra le mura del mio studio sulle rive del lago di garda.

Stavo scrivendo l’album e in mezzo a provini, idee buttate li e poi parcheggiate in attesa di ispirazione, avevo nella mente questa domanda “Dove Sei?”.

Viviamo in un periodo che ritengo distopico, le notizie veloci e drammatiche che fanno da sottofondo quando si guarda il telegiornale, sembrano quasi un episodio di Black Mirror. In un momento così è nata “Piombo”, figlia dell’instabilità sociopolitica che ci sta piano piano logorando.

La mia penna, come ormai avrete capito, è una penna che parla di amore ma nel sound e nell’intenzione c’è anche politica in questo brano.

Il periodo artistico in cui è nata, richiedeva una profondità diversa dalle mie precedenti stesure.

 

Le atmosfere richiamano i Depeche Mode: quanto hanno influenzato la scrittura e la produzione del pezzo?

Sono dichiaratamente un fan della New Wave e della musica dark.

Uno dei miei dischi preferiti è Disintegration dei The Cure seguito a ruota da Ultra dei Depeche Mode. Entrambi questi dischi hanno nelle loro canzoni quel buio che ti fa vedere la luce.

Ci tenevo a cercare una sonorità del genere e quando ci siamo seduti davanti al mixer io e il mio produttore Alessandro Fapanni, tutto è venuto da se.

E’ un brano sincero e questa sincerità richiedeva spontaneità.

 

Il cuore trafitto in copertina è un’immagine molto forte: quanto è importante per te l’impatto visivo nella narrazione di un brano?

L’impatto visivo ha un ruolo fondamentale.

Nell’epoca della IA bisogna fare molta attenzione.

Personalmente ritengo la IA uno strumento alla pari di un artefatto atto a un utilizzo consapevole e mirato, motivo per il quale ne sono a favore.

Detto questo, viviamo in un’epoca in cui è facile creare immagini e immaginari che ora mai non ci stupiscono neanche più di tanto.

La differenza la fa appunto solo una cosa. La differenza la fa ancora il significato.

Quando si deve scegliere un’immagine che rappresenti una canzone è difficile, per tanti anni bastava una bella foto dell’artista e l’ADV era finita. Facendo eccezione per copertine iconografiche come Abbey Road dei Beatles, London Calling dei Clash, Alladin Sane di David Bowie o Trasformer di Lou Reed (solo per citarne alcuni), ai giorni nostri è difficile rendere impattante un concetto.

Una volta compravi il disco, mettevi su il cd e al centro rimaneva giustamente solo la musica, oggi invece attacchi le cuffiette bluetooth (che tra le altre cose mortificano il suono e il lavoro) e mentre ascolti la canzone rimane sullo sfondo dello smartphone la copertina.

Capite che l’immagine diventa importantissima ed è per questo motivo che sono orgoglioso di questo cuore ferito nella pulizia del neutrale e asettico sfondo bianco.

 

Il dolore, nel brano, sembra diventare consapevolezza: è questo il messaggio centrale?

Amo sognare, immaginare e pensare che il messaggio sia qualcosa elaborato dall’ascoltatore.

In “8 minuti” c’è una frase che dice “siamo 8 miliardi di persone sole, otto minuti dopo l’esplosione del sole”.

Cito questa frase perché è così che in primis vivo la vita e la musica in generale.

Il dolore è sempre parte integrante di un progetto più grande e in questo percorso l’unica cosa che possiamo fare è viverlo, comprenderlo, assimilarlo e uscirne più forti con il tempo, che siano 2.40 di una canone o giorni, mesi anni.

 

Cosa ti auguri che le persone provino ascoltando “Piombo”?

Dolcezza, cura, consolazione e empatia.

So che potrei sembrare “snob” o una persona piena di se a scrivere così, ma scrivo ciò perché nell’epoca degli streaming l’unica cosa che mi tiene vivo e mi motiva ancora a fare musica, sono le persone che si ritrovano nella musica.

Senza queste emozioni ci meritiamo solo i tormentoni estivi e le hit realizzate con SUNO e questo vale per la mia di musica ma anche per quella degli altri.

La musica nasce su delle esigenze personali e quando viene pubblicata diventa di chiunque provi qualcosa nell’ascoltarla.

 

Se dovessi descrivere “Piombo” con un’immagine diversa da quella della cover, quale sarebbe?

La paura di un soldato che si trova in bilico tra l’essere e il non essere più.

Piombo è una canzone dolce ma violenta, dolce nell’amore e violenta nella perdita. (PRIMAMUSIC)

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