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Sinedades: Il Coraggio della Fragilità

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Intervista a Erika e Agustín tra Tropicalismo, telepatia musicale e il nuovo album “live in studio”. Oltre 700 concerti alle spalle e un nuovo disco che sceglie la sottrazione come manifesto artistico. Erika e Agustín ci raccontano l’evoluzione di Sinedades, un progetto che fa del dialogo tra voce e chitarra un atto di resistenza umana.

Erika e Agustín, il progetto Sinedades vanta oltre 700 concerti. In che modo questa enorme esperienza “on the road” ha plasmato il sound del vostro nuovo album rispetto ai lavori precedenti?
Suonare tanto dal vivo è stato fondamentale per noi.
Ci ha permesso di costruire una vera telepatia musicale: dopo centinaia di concerti non serve quasi più parlare, basta uno sguardo o un respiro per capire dove andare.
Molti arrangiamenti e parti creative sono nati proprio sul palco, in modo spontaneo. E più suonavamo, più ci rendevamo conto che la dimensione che amiamo davvero è quella in duo: essenziale, esposta, coraggiosamente fragile.
Questo disco è completamente voce e chitarra, registrato interamente live, senza sovraincisioni né modifiche.
Questa semplicità non è una scelta estetica “minimalista” in senso formale: è il modo più diretto che abbiamo trovato per raccontare la nostra verità e la nostra umanità.

La vostra musica è un ponte tra il Tropicalismo degli anni ’70 e la sensibilità mediterranea. Come riuscite a far convivere queste due anime senza che una sovrasti l’altra?
Il tropicalismo ci ha ispirati da sempre, soprattutto per il suo coraggio politico, per l’interesse civico e sociale che riesce a unire a una scrittura di grande bellezza.
Amiamo profondamente quel mondo e ne siamo grati.
Ma non siamo brasiliani, e non vogliamo fingere di esserlo. Portiamo con noi il bagaglio della canzone italiana e della tradizione latinoamericana argentina.
La convivenza tra queste due anime è nata in modo naturale. Con il tempo non si è trattato più di “unire” due cose diverse, ma di far emergere un linguaggio che è diventato nostro.

In un mondo dominato dalla perfezione digitale dei social, voi scegliete di celebrare la “bellezza della fragilità”. È un atto di resistenza politica o puramente artistica?
È prima di tutto una scelta artistica.
Ma l’arte ha un peso e una capacità comunicativa tali che inevitabilmente diventa anche un gesto politico.
Siamo esseri umani: abbiamo imperfezioni, fragilità, errori da migliorare. Noi volevamo celebrare proprio questo: l’imperfezione e l’emotività reale.
In un tempo che tende verso un’estetica sempre più sintetica e levigata, per noi essere coraggiosamente fragili è una forma di resistenza. Difendere la vulnerabilità significa difendere ciò che ci avvicina come esseri umani, ciò che ci fa sentire vicini e ci permette di comprenderci davvero.

Dagli ensemble più numerosi dei primi dischi, siete tornati al dialogo essenziale voce-chitarra. Cosa avete scoperto di voi stessi in questa nuova dimensione di “sottrazione”?
La dimensione voce e chitarra è sempre stata la nostra preferita.
È lì che riusciamo a essere più telepatici, a seguirci davvero, a entrare in uno stato profondo in cui godiamo pienamente della musica.
Questo disco è molto intimo e delicato, quindi in studio siamo stati attenti e presenti a ogni pausa, ogni silenzio, ogni nota. Ci siamo lasciati aperti.
Registrare tutto live ha richiesto una connessione molto profonda tra di noi. Non c’erano correzioni dopo: c’era solo ascolto reciproco.

Avete ideato il Firenze World Music Festival: quanto l’incontro con altri artisti internazionali influenza la vostra scrittura personale?
Creare questo festival come porto di scambio è stato uno dei progetti più belli che abbiamo fatto.
Ci ha permesso di entrare in contatto con musicisti incredibili che spesso evitano l’Italia, perché organizzare concerti di generi di nicchia qui non è semplice.
Aprirci al mondo e connetterci con altri artisti ci ha fatto benissimo. Ci ha allargato le idee, ha creato un ponte reale tra noi e il Brasile, la Spagna, il Messico.
Per l’essere umano l’incontro e la condivisione sono fondamentali.
La musica, per noi, è il modo più naturale per dialogare e conoscere gli altri.

“Malua” è uno dei vostri brani in italiano. Come cambia il vostro approccio emotivo quando scrivete e cantate nella vostra lingua madre rispetto allo spagnolo o al portoghese?
Per me, scrivere in italiano è molto più difficile e più teso.
Ho ancora dei meccanismi di autocensura da riconoscere e controllare, e a volte sento più timidezza nell’esprimermi o più paura della banalità.
Quando riesco ad abbattere questi limiti personali, però, potermi esprimere nella mia lingua madre mi dà una gioia enorme. È come potermi avvicinare ancora di più alle persone che abitano la mia terra.
C’è un senso di unione, ma anche di maggiore esposizione e profondità.

Il nuovo singolo anticipa l’album in uscita a febbraio. Qual è il “filo rosso” che lega “Malua” al resto del disco?
Il filo rosso del disco potrebbe essere l’attenzione: allo spazio, alla presenza, al silenzio, e al nostro mondo interiore.
“Malua” parla di una persona centrata nella propria identità, che non è in cerca di qualcosa per forza, perché in qualche modo si basta. È un ideale di connessione con se stessi a cui aspiro.
A volte è difficile trovare il proprio spazio, amare gli altri e amare se stessi contemporaneamente.
“Malua” nasce anche da questa tensione.

Dopo il lancio del 20 febbraio, vi aspetta un tour tra Europa e America Latina. Qual è il luogo dove sognate di portare la vostra musica per la prima volta?
Ci piacerebbe portare la nostra musica in Brasile in modo più strutturato, magari in un teatro dedicato alla musica d’autore.
Ma in generale sogniamo luoghi di ascolto: spazi dove il silenzio sia parte del concerto.

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