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Intervista: i Suonno d’ajere oltre la cartolina. La band amplia il sound e sfida la «napoletanità» preconfezionata

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La tradizione non è un museo, ma un organismo vivo che respira e si trasforma. I Suonno d’ajere lo dimostrano, attraversando la canzone classica napoletana con uno sguardo contemporaneo che non ne tradisce lo spirito, ma lo rigenera. Con l’EP “Live in Quartet”, il trio storico si espande sul palco accogliendo percussioni e chitarra elettrica, iniettando nuove energie sonore – dal “blues malato” di Ammore busciardo alle atmosfere potenti di Munasterio ‘e Santa Chiara. Una scelta che nasce da un’esigenza espressiva profonda, frutto di studio rigoroso e di un assorbimento creativo delle influenze raccolte in giro per il mondo. Per il gruppo, l’autenticità sta proprio in questo processo: rispettare la materia originaria per poi farla vivere attraverso il filtro del proprio vissuto e delle proprie visioni, senza schemi prefissati, in un dialogo continuo tra radici e futuro.

Il vostro storico trio (Irene Scarpato (voce), Gian Marco Libeccio (chitarre) e Marcello Smigliante Gentile (mandolino e mandoloncello). e si è trasformato in quartetto – almeno dal vivo – con l’aggiunta di Salvio La Rocca alle percussioni. Come ha cambiato la vostra dinamica creativa e l’energia sul palco questa nuova formazione?

In concerto continueremo ad essere sia un trio che un quartetto, le sonorità delle due formazioni sono differenti e per questo trovano anche contesti differenti per esprimersi. Avevamo voglia di mettere su un concetto energico e potente oltre al nostro in trio, più classico, cameristico. Introdurre le percussioni ci ha permesso di essere più liberi con i nostri strumenti e di virare soprattutto su mondi sonori differenti. È arrivata una ventata fresca di entusiasmo e di idee nuove, sul palco ci sentiamo ancora più solidi concerto dopo concerto.

Nei concerti avete introdotto per la prima volta la chitarra elettrica, che diventa protagonista in “Ammore Busciardo”, trasformata in un “blues malato”. Cosa vi ha spinto verso questa scelta timbrica e come pensate che dialoghi con il vostro sound tradizionale radicato nel mandolino e nella chitarra classica?

L’introduzione della chitarra elettrica, così come quella delle percussioni, è frutto delle nostre necessità espressive. Sin dall’inizio del nostro percorso il nostro intento è stato quello di farci attraversare dalla canzone napoletana e dalla sua storia, in maniera viva e dinamica; anche utilizzando mandolino e chitarra classica, le nostre interpretazioni, i nostri arrangiamenti, sono frutto sì di un approccio rigoroso alla materia, ma allo stesso tempo mostrano la stratificazione di fenomeni ed eventi sonori, storici e culturali che portiamo con noi e che inevitabilmente riproponiamo nella nostra musica.
In Ammore busciardo, ad esempio, lo studio dello spartito e delle interpretazioni originali, filtrato attraverso la nostra esperienza, intesa come vissuto tout court, non solo artistico, ci ha portato a percepire che questo brano, oggi, manifestasse questa intenzione, che l’avesse con se.

La vostra missione è rinnovare il repertorio partenopeo con uno sguardo contemporaneo. Con l’ampliamento del sound e della formazione, come definite oggi il vostro concetto di “autenticità della tradizione”? È più una questione di spirito, di linguaggio musicale o di contenuti?

Il nostro concetto di “autenticità della tradizione” consiste in: studiarla con rispetto e attenzione, per poi farla nostra, viverla e farla vivere, reinterpretandola, rileggendola, con interpretazioni e arrangiamenti talvolta più fedeli all’originale (che comunque, è bene ricordarlo, nella maggior parte dei casi è un arrangiamento per orchestra, quindi difficilmente riproducibile fedelmente con solo voce, mandolino e chitarra classica!), talaltra più articolati e rimaneggiati, ma sempre frutto del nostro processo artistico, che cerchiamo di mantenere di per sè autentico, nelle scelte e nelle intenzioni, e non prestabilito.

Avete suonato in tutto il mondo, dall’Asia alle Americhe. In che modo l’esperienza del tour internazionale ha influenzato la ricerca sonora che culmina in questo “Live in Quartet”? Avete riscontrato reazioni diverse a queste nuove sonorità “allargate” nei vari Paesi?

Il tour e la partecipazione a festival di respiro internazionale, ci hanno permesso di incontrare e toccare con mano sonorità e culture da tutto il mondo, questo ci ha sicuramente influenzato e arricchito: nel nostro lavoro il processo di assorbimento, che porta poi alla rielaborazione personale, è un passaggio fondamentale. Siamo sempre stati accolti con grande interesse e partecipazione, ma, ad esempio, in Oriente l’utilizzo della chitarra elettrica è stato percepito con molto meno stupore rispetto a paesi come la Germania o l’Austria, sia perchè ci conoscevano nella formazione originale, ma anche perchè lì suoniamo spesso in contesti più “cameristici”.

Munasterio ‘e Santa Chiara” è un’anteprima del nuovo album in uscita nel 2026. Cosa ci può raccontare di questa traccia e in che direzione indica l’evoluzione musicale del gruppo? Il quartetto con la chitarra elettrica è una formazione destinata a continuare? Come vi ponete verso il prossimo lavoro in studio?

Per questa canzone, come per Ammore busciardo, ci siamo lasciati guidare da ciò che “celava” al suo interno, dalla storia di disperazione ma al contempo di speranza che racconta, e ne abbiamo dato la nostra interpretazione. Non facciamo mai scelte aprioristiche, lasciamo che il nostro feeling ci guidi verso la soluzione migliore, che rispecchi la nostra necessità artistica. Sia per quanto riguarda le percussioni, che per la chitarra elettrica, le utilizziamo laddove ne sentiamo il bisogno, così come per qualsiasi altro strumento; che sia live o in studio, la nostra volontà è semplicemente assecondare la nostra visione musicale, brano per brano, idea per idea.

Negli ultimi anni si è visto un’accelerazione dell’interesse internazionale verso progetti napoletani di folk, musica etnica e cantautorato classico. Come percepite voi questo momento? Cosa sta cambiando, secondo voi, nel mercato e nella percezione della musica napoletana nel mondo?

L’interesse che si è creato rispetto al mondo della musica prodotta a Napoli, e più in generale verso la città, può rappresentare un bene per chi lavora in questo settore. Al contempo questo fenomeno potrebbe portare a una standardizzazione del prodotto artistico, dovuta proprio alla rappresentazione omologata all’idea di Napoli e della “napoletanità” che questo interesse ricerca e vuole avere, assecondando mere finalità di mercato e, più in generale, capitalistiche. È responsabilità di ogni artista napoletano, o rappresentante a vario titolo della nostra cultura, quella di essere fedele alla propria essenza senza cedere alle lusinghe di chi, ancora una volta, per i propri fini, vuole ridurre Napoli a una cartolina.

Irene, la tua recente performance teatrale in “Dignità Autonome di Prostituzione” conferma la tua natura di artista completa. Come influisce l’esperienza teatrale sulla tua presenza scenica e interpretativa con i Suonno d’ajere, specialmente in un contesto live così energetico e sonicamente ampliato come quello dell’EP?

Dignità Autonome di Prostituzione ha segnato un prima e un dopo nella mia carriera artistica e performativa. La mia prima edizione risale al 2019: il regista Luciano Melchionna mi ha profondamente trasformata, al punto che anche i miei colleghi di Suonno d’Ajere faticavano a riconoscermi, soprattutto per la presenza scenica e per un nuovo modo di abitare lo spazio, di essere corpo e voce insieme. Quell’esperienza mi ha fatto comprendere quanto ancora potessi ottenere grazie al teatro, che da allora è diventato parte integrante del mio percorso. È stata una scuola fondamentale: ho imparato a lavorare con corpo, voce e parola, e a comprendere ancora una volta che l’ascolto e il dialogo con gli altri sono un’arma segreta, qualcosa che ti viene sempre in soccorso. Tutti insieme diventiamo uno — proprio come accade nel nostro trio. L’ultima edizione è stata per me la più bella e anche la più impegnativa: oltre al ruolo di cantante, avevo una mia stanza e un mio monologo. Devo molto a Luciano Melchionna per avermi guidata, con il suo sguardo e la sua visione, verso possibilità che non immaginavo di poter esplorare. Tutto questo oggi vive anche sul palco di Suonno d’Ajere: è parte di me e continua a crescere attraverso il teatro, i concerti, i viaggi e la voglia costante di spingermi oltre i miei limiti.

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