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Miracoli e Catrame: il peso estetico della dicotomia nel disco di Mormile

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In un panorama musicale sempre più polarizzato tra l’immediatezza della hit e l’ermetismo autoriale, “Miracoli, Catrame” di Mormile emerge come un saggio sonoro sulla dicotomia dell’esistenza contemporanea. Il titolo stesso è una tesi: da una parte l’ambizione, l’anelito trascendente, il Miracolo inteso come la possibilità di realizzarsi pienamente; dall’altra, il Catrame, la densa e vischiosa realtà, lo squallore sociale o interiore che imprigiona l’individuo. L’album non cerca di risolvere questa tensione, ma di celebrarla come motore creativo.

La vera chiave di lettura risiede nella figura dello specchio, un elemento che ricorre ossessivamente in diversi brani. Non si tratta di narcisismo, ma di una riflessione che, passando per il “FILTRO” iniziale, diviene un atto necessario di confronto con il Sé. L’artista, come un filosofo del pop, si interroga su quale parte di sé sia destinata a prevalere: l’osservatore distaccato, l’uomo del groove anni ’70 o il poeta disilluso. Questa auto-osservazione culmina in brani come “LTMTV” e “MOQUETTE BLU”, dove la dissociazione non è un disturbo clinico, ma il lusso (o la condanna) di un intelletto che non può fare a meno di analizzarsi. La moquette, con il suo assorbimento acustico, diventa metafora di una superficie morbida che cela il vuoto.

L’elemento più affascinante di questa indagine è il rapporto tra l’interno e l’esterno, tra l’io e la scenografia. In “MARÌ (poltrona in pelle verde)”, l’autore posiziona l’idillio, la poltrona, in un contesto di condanna, il campo minato. Questa estetica della contrapposizione è potentissima: il conforto non è mai assoluto, la serenità è sempre una scelta attiva, consapevole del pericolo circostante. È una metafora del tentativo di trovare un rifugio interiore (i Miracoli) anche quando il paesaggio emotivo è compromesso (il Catrame).

Mormile usa il pop e il funk — generi che per loro natura invitano all’abbandono e alla leggerezza — per veicolare un peso specifico. Il beat di “UN PO’ RETRÒ” ci fa ballare, ma i testi ci invitano a guardarci indietro e a interrogarci sui fantasmi del nostro passato romantico. “FRIED CHICKEN”, apparentemente un inno all’autodistruzione piacevole, è in realtà un’analisi della nostra tendenza al masochismo come unica forma di autenticità residua in una società iper-performante.

In ultima analisi, Miracoli, Catrame è un disco che rifiuta la facile sintesi. È l’opera di un autore che ha compreso che l’unica via d’uscita dal conflitto è abitarlo con grazia e con un buon groove. Non ci offre risposte, ma strumenti per comprendere meglio la nostra doppia natura, tra l’anelito verso le stelle polari e l’immersione nel fango.

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