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Intervista ai Manleva che presentano il nuovo EP “Con la mano alzata, parte 2”

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I Manleva tornano con l’EP “Con la mano alzata, parte 2”, un lavoro nato tra urgenza espressiva e introspezione, registrato per la prima volta interamente in simultanea per definire un’identità sonora più compatta. Grazie anche al contributo del produttore Alberto Paderni e della cantante Nicole Barba, la band bolognese porta a compimento un progetto che unisce sincerità, crescita artistica e voglia di evolversi senza perdere autenticità. Abbiamo incontrato la band per farci raccontare questa nuova tappa del loro viaggio.

 

Cosa rappresenta per voi completare il percorso iniziato quasi due anni fa con “Con la mano alzata”?

Per noi significa prendere consapevolezza di quello che erano i Manleva e di quello che sono ora, dell’evoluzione artistica che questo periodo ha portato e degli obiettivi che siamo riusciti a raggiungere.

La pubblicazione della pt. 2 di “Con la mano alzata” segna la fine di un periodo di lavoro molto intenso tra registrazioni e live importantissimo per noi, ma anche un nuovo inizio. Ci obbliga a rimetterci in gioco per creare di nuovo, con un bagaglio musicale più maturo e la volontà di superarci e migliorare ancora. In verità questo è un momento molto delicato per ogni artista, perché partire da un foglio banco spaventa sempre, ma è anche il momento più emozionante, dove non esiste il giusto o sbagliato, si tratta di un grande brainstorming che raccoglie tutte le informazioni e le idee. Questi due EP hanno portato molte soddisfazioni e il vedere persone muoversi e cantare durante i nostri live ci insegna che la direzione è quella giusta.

Quali differenze sentite tra la prima e la seconda parte del progetto?

Non si tratta di vere e proprie differenze, si parla più di un processo di maturazione dei pezzi per arrivare al miglior risultato possibile. Questo di fatto rappresenta il motivo per il quale abbiamo deciso di dividere in due parti “Con la mano alzata”. Ci sono pezzi che fin da subito erano pronti per essere condivisi con il pubblico, altri avevano bisogno di tempo per essere capiti a fondo e trovare la strada migliore. Qualcuno della parte 2 prima di trovare la sua versione finale è stato suonato in live per capire l’effetto sul pubblico. Non bisogna mai dimenticare che chi scrive canzoni vuole mandare un messaggio, le parole sono importanti tanto quanto la musica, se entrambe o una delle due non funziona significa che il lavoro deve essere rivisto, anche più volte se necessario se si crede nella canzone.

Come convivono, all’interno dell’EP, i pezzi più diretti e quelli più intimi e velati?

Non abbiamo mai voluto uniformare eccessivamente lo stile di scrittura, ci piace l’idea che qualche pezzo sia più “esplicito” e altri meno. In particolare per questi ultimi vogliamo stimolare chi ascolta in modo da farsi una propria idea. Sono due stili di scrittura diversi che trovano un perfetto equilibrio nelle parti del lavoro. Ci piace l’idea che l’ascoltatore cali il messaggio nella propria vita facendolo suo, a volte in modo chiaro e diretto, altre volte dovendolo interpretare. Le penne che scrivono nei Manleva oggi sono due: si influenzano spesso e volentieri a vicenda, migliorandone il risultato finale mettendo estrema cura e attenzione anche al più piccolo dettaglio. A volte capita di passare dei giorni su una parola che crediamo non rappresenti esattamente la sensazione che vogliamo dare. Chi conosce il progetto da tempo ha ipotizzato di aver capito a quale delle due penne appartiene un pezzo piuttosto che un altro, chissà se ha ragione.

Come avete deciso quali pezzi sarebbero finiti nella parte 1 e quali nella parte 2?

In parte per lo stato di maturazione del pezzo, in altra parte perché volevamo creare due parti bilanciate tra loro, volevamo ci fosse eterogeneità sui pezzi, sia come BPM sia come espressione dei testi, intimi e diretti. Inoltre sapevamo che sarebbero stati pubblicati in due momenti diversi dell’anno quindi era necessario creare un equilibrio anche su questo aspetto, sarebbe stato illogico fare uscire un pezzo estivo a novembre e viceversa. A conti fatti crediamo di aver trovato la strada giusta, non sentiamo scompensi tra i due lavori sotto questo punto di vista. La paura più grande che avevamo era legata all’attualità dei testi, temevamo che passando tempo tra scrittura e pubblicazione non rappresentassero più la situazione che stavamo vivendo quando sono stati scritti, ma si è rivelata, nel bene e nel male se consideriamo il significato di qualche pezzo, una paura infondata.

Qual è stata la sfida più grande nel portare a termine un lavoro così lungo e articolato?

Cercare di essere coerenti durante tutto il periodo con gli obiettivi che ci siamo dati. L’artista non è mai lo stesso del giorno precedente, le fasi che si attraversano sono tante e variegate come gli stati emotivi. Sotto questo aspetto ha aiutato parecchio il flusso di lavoro che abbiamo utilizzato. Diversamente dall’album precedente “Passaggi dentro casa” abbiamo deciso di registrare in un unico momento le bozze di tutti i pezzi, creando così una fotografia istantanea di quello che eravamo in quel preciso momento. Questo ci ha permesso di mantenere la coerenza e allo stesso tempo poter lavorare sui pezzi migliorandoli sempre più. Parallelamente anche i live hanno aiutato parecchio perché rappresentavano la conferma che quello che stavamo portando avanti aveva valore non solo per noi e valeva la pena di portarlo a termine per condividerlo con tutti.

Dal mio punto di vista è stato qualcosa di veramente snervante, soprattutto per chi non è mai contento del risultato finale e pretende sempre di più. Ma lo rifarei domani.

Guardando avanti, quali nuove direzioni state esplorando nei prossimi inediti?

Vogliamo provare a uscire dalla nostra zona di comfort. Sono più di tre anni che giriamo la nostra penisola per concerti, contest, aperture, eventi ecc in trio voce, chitarra, piano e basi. Questa formazione, anche se indirettamente, influisce sulla scrittura e sull’arrangiamento degli inediti perché quello che si regista in studio deve “reggere” anche in live dove la sezione ritmica è in base. Fino a questo momento siamo riusciti a gestire bene la cosa portando a casa un ottimo risultato finale, potendo contare inoltre su una logistica molto efficiente. Fa subito azienda parlare di “logistica” ma quando ti trovi a fare più di 80 date in tre anni anche questo diventa importante. Come dicevo è arrivato però il momento di rimettersi in gioco. Abbiamo in mente di modificare la nostra formazione, stiamo capendo quale può essere il modo migliore e che impatto può avere sia in composizione che in live. Sarà complesso ma ci aspettiamo un cambio di passo deciso.

 

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