Recensioni
La connessione Napoli-Londra. Il groove che unisce i Quartieri Spagnoli al nu-jazz britannico
C’è un asse sonoro che collega i club fumosi di South London ai vicoli dei Quartieri Spagnoli, e questo disco ne è la manifestazione più compiuta. È un lavoro che vive di una tensione geografica e culturale costante, un’opera che non sarebbe potuta esistere senza questa doppia anima: quella radicata nella tradizione partenopea e quella forgiata nella scena nu-jazz e neo-soul londinese. È un album che suona internazionale ma parla una lingua antica, dimostrando che il groove non ha passaporto.
L’operazione è complessa ma riuscitissima. La produzione è il ponte che unisce questi due mondi. Si sente l’influenza della black music più moderna: i giri di basso sono profondi e ipnotici, le chitarre ritmiche taglienti come nel miglior funk, le batterie sincopate e mai banali. Prendiamo un brano come “6 VESTUTO A 8”: è un pezzo nu-soul che non sfigurerebbe nella playlist di Gilles Peterson, costruito su una ritmica serrata e impreziosito dalla voce potente di Greg Rega. È la prova che si può criticare l’ipocrisia della società dell’immagine usando un linguaggio musicale sofisticato e diretto.
Questa raffinatezza produttiva emerge anche nei momenti più riflessivi. “L’ARTISTA IMPIEGATO” abbandona l’energia funk per abbracciare atmosfere Lo-Fi e hip-hop jazzato. Le armonie di chitarra e tastiere creano un tappeto malinconico perfetto per la confessione amara sulla precarietà di chi vive d’arte.
Ma il brano che forse incarna meglio questa fusione è “MA CHE MARONN”, un pezzo dalla frustrazione quasi ironica, dove un ritornello orecchiabile in inglese (“What if you try to let it go…”) si scontra e si fonde con l’intercalare napoletano per eccellenza. È Londra che incontra Napoli in un dialogo serrato.
In tutto questo, la lingua napoletana non è un limite, ma un’arma. Lungi dall’essere un recupero folkloristico, il napoletano viene trattato come uno strumento ritmico, un flow che si adatta perfettamente alle metriche sincopate del soul e dell’hip-hop. La scelta è rivendicata con orgoglio nello skit “SENESE’S CODE”, un vero e proprio manifesto di autenticità artistica che mette la musica (e la lingua con cui la si esprime) davanti a qualsiasi sovrastruttura estetica.
Questo disco riesce dove molti falliscono: non scimmiotta un suono internazionale appiccicandoci sopra un testo locale. Al contrario, utilizza un linguaggio sonoro globale per dare nuova linfa e una nuova prospettiva a temi profondamente sentiti e vissuti, dall’alienazione urbana (“VA A FÁ Ó CAFÉ”) all’orgoglio identitario (“TERRA SANTA”). È un’opera di un’identità sonora matura, credibile e dannatamente coinvolgente.
