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Monkeys From Space: recensione dell’omonimo disco d’esordio

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L’omonimo disco d’esordio dei Monkeys From Space è una creatura sonora difficile da definire con un solo genere. Un’odissea cosmica di otto tracce che mescola space rock, psichedelia, elettronica sperimentale e critica sociale, costruendo un universo musicale dove nulla è lasciato al caso. L’ascoltatore viene catapultato in un mondo abitato da scimmie spaziali, archetipi distorti, entità mitologiche e rovine nucleari, in un continuo gioco tra sacro e ironico, spirituale e grottesco.

Fin dall’apertura con “Blues Elettro Rituale”, si intuisce che non sarà un ascolto ordinario: l’overture strumentale stabilisce il linguaggio sonoro del disco, tra synth ritualistici e riverberi cosmici. È un invito a lasciarsi andare, a varcare la soglia di un altrove fatto di allucinazioni, visioni lisergiche e viaggi interstellari.

Con “Banana sattva”, il groove prende il sopravvento: una traccia funk-psichedelica dove la banana diventa simbolo mistico e il ritmo trasporta in un trip surreale. L’ironia si fonde a un’inaspettata spiritualità pop, rendendo il pezzo un manifesto dell’identità del gruppo.

Il viaggio prosegue con la folle e irresistibile “Dojo Song”, in cui arti marziali, salti quantici e cucina italiana si fondono in un testo visionario e geniale. La musica segue l’assurdo del racconto, muovendosi tra funk e space rock con una libertà totale e contagiosa.

“Prometeo” è il momento più cupo e solenne: una riflessione distopica sulla tecnologia come fiamma rubata agli dei e sul prezzo della conoscenza. Le chitarre si fanno monolitiche, l’arrangiamento è denso, la tensione emotiva altissima.

Con “Elephant Foot”, la band affronta il disastro di Chernobyl attraverso una metafora potente: una zampa d’elefante radioattiva che pesta sul telaio della creazione. Il suono è abrasivo, violento, radioattivo — come il tema che tratta.

Il tono cambia completamente con “Call the Police”, una traccia che sembra uscita da un film poliziottesco sotto acidi. Ritmo frenetico, riff aggressivi e testi cinematografici creano un’atmosfera pulp in perfetto equilibrio tra adrenalina e parodia sociale.

“Glacier 51” segna una pausa malinconica e riflessiva: un brano strumentale sospeso, glaciale, che racconta la tragedia di un pesce preistorico trasformato in prodotto da banco frigo. È forse la traccia più triste del disco, ma anche tra le più poetiche.

Si chiude con “Free Your Mind”, un invito a scavalcare le apparenze, a riscoprire la realtà nascosta sotto il rumore del mondo. Un finale spirituale, quasi meditativo, che riassume il senso dell’intero progetto: l’unica rivoluzione possibile passa attraverso un risveglio della coscienza.

Monkeys From Space è un album che sorprende per coerenza, fantasia e profondità. Ispirato da band come Hawkwind, King Gizzard & The Lizard Wizard e Causa Sui, riesce a trovare una voce tutta sua, giocando con i miti e la scienza, con l’assurdo e l’introspezione. Un debutto potente, che lascia il segno e spalanca portali verso nuove galassie sonore.

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