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Recensione – “Storie di una sera… con poca gente” di Napodano

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Napodano Napodano

C’è qualcosa di profondamente umano nel nuovo album di Napodano, Storie di una sera… con poca gente. Non perché sia un disco “sull’umanità” (che parola vaga), ma perché dentro ci sono davvero le persone. Quelle che si alzano presto e tornano tardi. Quelle che guardano nel vuoto al semaforo rosso. Quelle che provano a non sbattere contro il muro ogni giorno. Persone stanche, lucide, ironiche, disilluse ma con una specie di ostinazione affettuosa verso la vita.

L’album si muove come una raccolta di lettere mai spedite: intime, taglienti a volte, scritte magari in una sera qualunque, sì, ma di quelle che poi ti restano in tasca per mesi.

Il fuoco e la neve apre il disco con una delicatezza disarmante. È un invito in punta di piedi a entrare in una stanza dove nessuno finge niente. Ma è con Di martedì che arriva il colpo basso – o alto, dipende dal punto di vista. Un brano che, tra sarcasmo e rabbia lucida, prende a schiaffi la frenesia moderna, come uno che ti dice: “Scusa se non partecipo, ma ho ancora due o tre neuroni funzionanti.”

Napodano sa scrivere. Questo va detto senza giri di parole. Sa scavare in una frase come in una miniera, trovare il dettaglio che ti blocca la forchetta a mezz’aria. Niente di speciale, ad esempio, è tutt’altro che banale. Un pezzo che riesce a parlare d’amore e di società nello stesso verso senza sembrare uno slogan pubblicitario. Raro.

Detto questo, è giusto anche dire che a tratti il disco sembra quasi troppo “volutamente sobrio”. L’intenzione di restare autentico, fuori dalle mode, di non alzare la voce, è encomiabile… ma in alcuni passaggi rischia di diventare trattenuta. Si avverte, in qualche canzone, la mancanza di uno scarto emotivo o musicale più netto, come se tutto restasse sempre un po’ sotto pelle. Cammino sui muri e Buonanotte Luna, ad esempio, pur essendo brani suggestivi, sembrano girare in cerchio, senza affondo.

Poi arriva Carlo Conti, e cambia il ritmo. Un colpo di teatro, ironico ma lucido, che fa sorridere con amarezza. Perché ridere, in questo disco, non significa mai tirarsi fuori: è solo un altro modo per resistere. E Il filo dell’aquilone, traccia conclusiva, è la carezza finale. Non consola, ma accompagna.

Insomma, Storie di una sera… con poca gente è un album che chiede tempo. Non si fa mettere in sottofondo mentre si cucina. Pretende ascolto, silenzio, magari un bicchiere – anche mezzo vuoto, va bene lo stesso. Non è perfetto, e non vuole esserlo. Ma sa dove mettere le mani. E soprattutto, sa dove fare male.

Voto: 7/10
Un disco che non urla ma resta. E oggi, non è poco.

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